Una scena del film

Nodo alla gola: una raffinata sperimentazione del piano sequenza

Recensione di "Nodo alla gola", film di Alfred Hitchcock del 1948, è un affascinante esperimento di piano sequenza continuo coniugato alla riflessione sul tema dell'atto gratuito.
Locandina di Nodo alla Gola

Nodo Alla Gola

Titolo originale: Rope

Anno: 1948

Paese di produzione: Stati Uniti D’America

Genere: thriller

Durata: 77 minuti

Produzione: Warner Bros.

Distribuzione: Warner Bros.

Regista: Alfred Hitchcock

Sceneggiatura: Arthur Laurents

Montaggio: William H. Ziegler

Fotografia: Joseph Valentine, William V. Skall

Attori: James Stewart, John Dall, Farley Granger, Joan Chandler, Douglas Dick

Trailer di Nodo Alla Gola

Recensione del film Nodo alla gola

Film appartenente al periodo statunitense del maestro del brivido, Nodo alla gola è il primo lungometraggio in Technicolor del cineasta britannico, un’opera miliare composta da dieci piani sequenza montati in modo da far apparire il prodotto come risultato di un’unica ripresa. Una sperimentazione stilistica coniugata a una sceneggiatura ispirata alla pièce teatrale Rope di Patrick Hamilton, narrante un efferato omicidio da parte di due giovani americani, mossi dal puro senso estetico dell’assassinio.

Trama di Nodo alla gola

Un nodo alla gola pone fine alla vita di David Kentlely (Dick Hogan), assassinato per puro godimento da Brandon Shaw (John Dall) e Philip Morgan (Farley Granger), suoi amici e compagni di studi. Ma a pochi minuti dall’omicidio, che avviene nella casa di Brandon, si dovrà svolgere una festa: allora i due giovani, non potendo trasportare il cadavere fuori dall’appartamento, decidono di nasconderlo in una vecchia cassapanca e, per evitare che questa venga aperta, l’apparecchiano come tavolino sul quale servire l’aperitivo. Una volta giunti gli invitati, l’assenza dell’assassinato diventa sempre più motivo di timore verso la sorte di questi: ma solo uno degli ospiti, il professore dei due ragazzi, Rupert Cadell (James Stewart), nutrirà un crescente sospetto verso una disgrazia che, oramai, è già stata compiuta.

Analisi di “Nodo alla gola”

Su molteplici fronti il lungometraggio di Alfred Hitchcock risulta un film-svolta nella storia del cinema mondiale. Seppur più noto che visto dal grande pubblico, Nodo alla gola è un prodotto in cui teatralità e cinema si coniugano all’insegna del piano sequenza: tale tecnica, largamente utilizzata dal regista Roberto Rossellini come massima espressione di aderenza alla realtà, viene intesa da Hitchcock come mezzo per intensificare il rapporto fra film e pièce teatrale. Raffinati gli escamotages per celare il lavoro di montaggio posteriore le riprese, come la ripresa di spalle dei personaggi, momento in cui la macchina da presa viene letteralmente coperta dalla schiena dei protagonisti, segnando uno stacco nel girato: un breve istante di oscurità in cui lo spettatore moderno, attento e addomesticato alla definizione del digitale, nota e apprezza.

In merito allo stile adottato, le riprese, iniziate il 22 gennaio 1948 e terminate nell’arco di un mese, si svolsero in un appartamento cui pavimento era stato in precedenza segnato da cerchi numerati, indicanti i movimenti che la macchina da presa avrebbe dovuto compiere durante i dieci piani sequenza.

Come già accennato, il film è ispirato alla pièce Rope, elaborata a sua volta a partire da un fatto di cronaca sei anni precedente il film di Hitchcock, il quale, rispetto alla rappresentazione teatrale, sceglie di estrapolare due soli elementi: l’omicidio mosso dal puro gusto estetico dell’atto e la presenza di due assassini. In seno alle censure imposte dal Codice Hays, la sceneggiatura di Arthur Laurents dovette eliminare il legame omosessuale che unisce i due giovani: tuttavia, il rapporto che sortisce fra Brandon e Philipp nel corso del film lascia lievemente intendere una relazione amorosa che l’America degli anni Quaranta non riuscì a cogliere.

Mantenendo l’attenzione focalizzata sulla sceneggiatura, interessante risulta il tema dell’omicidio immotivato, riflessione che ben si contestualizza nel dibattito filosofico del Dopoguerra, soprattutto in seno alle teorie nietzschiane sul Superuomo e sulla trasvalutazione dei valori; chiaro, inoltre, il riferimento alla tematica dell’atto gratuito propugnata, all’epoca, dallo scrittore francese André Gide. Una riflessione che, tuttavia, nel doppiaggio italiano trova ben poco riscatto: se nella versione originale i dialoghi fra i due assassini esprimono il movente dell’omicidio come un atto di puro godimento estetico, la versione italiana lascia intendere che l’uccisione di David sia dovuta a un litigio sfociato in uno strangolamento non intenzionale, a tratti motivato da una invidia di Brandon nei confronti dell’assassinato.

Dal punto di vista visivo, la scelta di adoperare il Technicolor restituisce appieno la dimensione teatrale dell’opera: in tal senso, inoltre, ben viene esaltato lo spettacolare cyclorama sullo sfondo, dispositivo che riproduce lo skyline newyorkese che lentamente viene avvolto nella notte. Inoltre, appare interessante un elemento di illuminotecnica quale è l’alternanza di luci verdi e rosse dei led delle insegne che si riflettono nell’appartamento durante l’interrogatorio finale di James Stewart ai danni dei due giovani: una tecnica volta ad aumentare la tensione del film che inevitabilmente rimanda alla successiva rielaborazione in chiave più propriamente ritmica in quei vortici onirici presenti nel più tardo film del regista londinese La donna che visse due volte.

Note positive

  • La tematica dell’atto gratuito contestualizzata nel dibattito filosofico dell’epoca
  • L’innovativo utilizzo del piano sequenza che coniuga l’esperienza filmica con la dimensione teatrale
  • Il tentativo di raggirare il ferreo Codice Hayes alludendo con lievità al rapporto omosessuale che lega i due assassini

Note negative

  • La versione italiana poco restituisce della tematica principale trattata nel film di Hitchcock
  • La breve durata del film minò inevitabilmente lo scarso successo di pubblico, scelta naturalmente motiva dalla tecnica del piano sequenza, ma che, dall’altro lato, fa sì che il film scivoli via senza infamia e senza lode

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