And Then We Danced: il coming-of-age georgiano è liberatorio e dirompente

And Then We Danced locandina

And Then We Danced

Titolo originale: And Then We Danced

Anno: 2019

Paese: Georgia, Svezia, Francia

Genere: Drama, Romance

Durata: 1 hr 53 min

Produzione: French Quarter Film, Takes Film

Distribuzione: Peccadillo Pictures, Music Box Films

Regia: Levan Akin

Sceneggiatura: Levan Akin

Montaggio: Levan Akin e Simon Carlgren

Dop: Lisabi Fridell

Musiche: Zviad Mgebry e Ben Wheeler

Attori: Levan Gelbakhiani, Bachi Valishvili, Ana Javakishvili, Giorgi Tsereteli 

Trailer eng sub And Then We Danced

Recensione di And Then We Danced

Merab è in sala prove e, difronte ai suoi compagni e agli occhi glaciali del suo rigido insegnate, sta eseguendo l’Adjarian duet, uno stile della danza folk georgiana che si esegue in coppia. Il ballo però viene interrotto bruscamente. Per l’insegnate Merab è ancora troppo soft, nei suoi movimenti non c’è abbastanza vigore, potenza e virilità come vuole la danza tradizionale. “La danza georgiana è lo spirito della nostra nazione”. E ancora: “Devi sembrare un monumento”, redarguisce il maestro. E allora bisogna incassare e provare, riprovare fino a raggiungere la perfezione.

Si apre così And Then We Danced, l’acclamato terzo lungometraggio del regista svedese dalle origini georgiane Levan Akin. Presentato alla Quinzaine des Realizateurs lo scorso anno, questo dirompente coming-of-age d’amore e danza è stato accolto dalla Croisette con una lunga standing ovation e nel resto del mondo come un urlo sociale sulla condizione di repressione e oppressione della comunità LGBT in Georgia. Incastonata nel Caucaso, tra la linea di demarcazione fra Europa e Asia, questo piccolo stato dell’ex blocco sovietico diventa dipendente solo nel 1991 risentendo ancora oggi dell’oppressione politica e culturale post URSS.  Nonostante il forte controllo esercitato della Chiesa, ad oggi la Georgia conservatrice aspira a far parte della Comunità Europea. Non è stato dunque affatto facile in uno stato così immobile e reazionario, scegliere di raccontare l’irraccontabile; la storia d’amore tra Merab, un giovane ballerino del Georgian National Ensemble e Irakli (Bachi Valishvili), un carismatico ed estroverso danzatore venuto nella capitale Tbilisi per sostituire un membro del corpo di ballo.

Trama di And Then We Danced

Merab, interpretato dal giovane ballerino Levan Gelbakhiani, straordinario al suo esordio d’attore, trattiene in sé un vigore adolescenziale e palpitante che si manifesta in un corpo sempre in movimento. Accanto all’amica Mary (Ana Javakishvili) con la quale condivide l’amore per la danza e la frenesia di un’Europa che sembra lontanissima (“le sigarette da Londra hanno un sapore così diverso” dice lei), il giovane ballerino figlio di ex-danzatori ora separati, pur arrancando in un’economia familiare al lastrico e un fratello maggiore irrequieto e sbandato, attraverso quel sentimento nuovo e innovativo scoprirà l’importanza di essere sé stesso in una parabola sentimentale e personale tagliente e affascinante.

Analisi di And Then We Danced

La spettacolarità delle danze georgiane ha origini medioevali, dove la raffigurazione del corteggiamento e della battaglia doveva esprimersi attraverso movimenti eseguiti in coppia dove però, i corpi, non si sfiorano quasi mai. Incarnando nella ballerina la grazia naturale, la leggerezza e l’immaterialità espressa in movimenti fluidi e sospesi, la danza georgiana riversa invece nel ballerino la ricerca di virtuosismi e spettacolarizzazioni in danze-duello dove la tecnica dev’essere impeccabile, elegante e virile. Il busto si immobilizza in pose scultoree e i movimenti si trasferiscono tutti sulle gambe che danno la forza per energici salti e sui piedi alla ricerca dell’estrema velocità di esecuzione. Capovolgendo questa regola del divieto di sfiorarsi, la danza simbolica in And Then We Danced riporta al centro il corpo come linguaggio universalmente riconosciuto e riconoscibile; riconsegnandoci un racconto denso e tattile sul movimento e il gesto che, facendosi politico, sostituisce l’impossibilità della parola. Il regista ridà valore alla tenerezza maschile come possibilità rivelata e opposta a un machismo imperante e nocivo.

Il film, che alterna materiale d’archivio in bianco e nero e le accese tonalità calde e sature della vibrante fotografia curata da Lisabi Fridell, è girato interamente con la camera a mano concentrandosi sui primi piani stretti sui volti e i corpi. Merab osserva, e si osserva nei lunghi specchi delle sale prova all’incessante ricerca di un movimento reiterato e consumato che deve tendere alla durezza e alla mascolinità. La camera di Akin, mai invasiva seppur così curiosa, ci accompagna in un mondo atavico, fondato sulla saggezza degli anziani, sui cibi, i canti e le montagne che si dispiegano ai nostri occhi occidentali con stupore e meraviglia. Non mancano i lunghi e diluiti piani sequenza e le scene erotiche inquadrate in campi medi che catturano il raggiungimento del piacere di quei i corpi chiusi in un lungo abbraccio che, per esistere, deve nascondersi e celarsi nella natura. E poi gli sguardi che s’incontrano in una danza frivola e sensuale con le musiche degli Abba e di Robyn, una giocosa lotta corporea che diventa richiamo erotico, la ricerca dell’odore nella maglia dell’altro, per ambire al desiderio e accendere i sensi.

Levan Akin, classe ’79, promettente autore di un cinema nuovo e indipendente, attraverso Merab ci parla di sensi e desideri di ribellione da un’oppressione sociale così radicata e profonda, ma finalmente pronta a esplodere in una coraggiosa danza finale di urgente rottura. E libertà.   

Note positive:

  • sguardo equilibrato fra tradizione culturale e rottura socio-politica
  • tenerezza maschile come valore empatico di attaccamento al protagonista
  • scoperta di un paese ancora poco conosciuto

Note negative:

  • presenti tutti gli elementi tipici del coming-of-age dunque narrativamente prevedibile

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