Gone Girl: la malattia dei media

“Noi non siamo noi stessi quando siamo innamorati e quando diventiamo noi stessi – Sorpresa! – Siamo avvelenati. Noi ci completiamo l’un l’altro nel più detestabile, peggiore modo possibile”       ( cit. Gone Girl)

David Fincher è uno dei migliori cineasti nel nostro tempo, tanto da sfornare opere cinematografiche dal calibro di Seven e Fight Club, ormai entrati di diritto nello scaffale visivo di un amatore di cinema.

Oggi vi parlerò dell’Amore Bugiardo (Gone Girl; 2014), trasposizione del romanzo del 2012 di Flynn.

Nelle vicende narrate non si può non notare un forte richiamo alla cronaca nera di questi tempi malsani: l’incipit è il Femminicidio; di cui, purtroppo, sentiamo costantemente parlare nei notiziari e nei talk-show. Era logico che questo tema, sentitissimo oggi, sbancasse prima nella letteratura e poi come trasposizione cinematografica: la genialità del film sta però nel trattare questo tema con una chiave psicologica e di suspance totalmente innovativa.

L’amore bugiardo – Gone Girl: la malattia dei mediaL’amore bugiardo – Gone Girl: la malattia dei media 91

Allo sceneggiatore (scrittore del romanzo) non scappa nemmeno  l’analisi al fenomeno Media, strettamente collegato con il Business che ormai avvolge tutto ciò che nasce su questa terra.

I mass media hanno il dono di entrare nel cervello delle gente, nel bene e nel male. I programmi tv riescono a far nascere certezze, dubbi e paure divenendo quasi delle divinità, che conoscono il giusto e il male: se in un crimine si indica un individuo come omicida gli spettatori andranno ad accettare tale notizia come quasi totalmente certa.

l'amore bugiardo - gone girl scena

La televisione, in primis, internet in seconda ( ma con molta meno forza, poiché in questo universo esistono moltissime voci in capitolo, mentre in tv no, ma solo una o due) trasformano tutto in evento pubblico riuscendo a far divenire semplici individui delle star del momento, trasformare un omicidio in Show, fino a togliere il potere giuridico e esecutivo alla giustizia, ma questa si sposta nelle case delle persone, nelle reti televisive e sui vari social network: ciò accade sempre più spesso nei casi avvolti dal mistero o dall’orrore, in cui personalità “famose” e che non sono assolutamente dei detective o degli specialisti in questione espongono tranquillamente un opinione, opinione molto spesso coerente con l’intero programma, venendo esposta senza dubbi di un probabile errore.

Tutto questo impianto esiste per un singolare motivo, a cui purtroppo non possiamo nasconderci: la massa è interessata a questi Show, tutti noi abbiamo voglia di vivere dentro queste storie, proviamo ( da sempre) un grande fascino verso i Killers, delle storie di sangue e di mistero,  però è un conto leggere o guardare opere di genere Thriller ed un altro storie reali e non di pura creazione mentale.  La cronaca nera va alla grande, i programmi tv ottengono un ottimo audience, essenziale per mantenersi in vita, quindi perché devono smettere di trattare argomenti d’interesse pubblico? Così cavalcano l’onda trasformando semplici persone coinvolte o accusati del delitto in vere star del momento.

L’amore bugiardo – Gone Girl: la malattia dei media

 

L’incipit della narrazione: Una giovane donne scompare il giorno dell’anniversario del suo matrimonio. Il marito al suo ritorno a casa trova un mobile distrutto e non trova nessuna traccia di lei, segnale che è accaduta una colluttazione violenta. La polizia immediatamente lo interroga, lo considera come unico sospettato. Quando però spunteranno fuori alcuni fatti e il diario, in cui lei scrive d’aver paura del marito che la maltratta, il gioco è fatto e ormai l’uomo è, per tutti, un Killer. Come in tutti i casi reali, il marito è sempre ritenuto l’assassino, ma sarà lui? Tutti, e soprattutto i media lo definiranno uno psicopatico ancor prima del processo.

 

 

Nel complesso il risultato finale è di livello: la sceneggiatura fila bene, i dialoghi costruiti non sono insulsi o detti così per dire, ma chiari e concisi. Il montaggio tramite i suoi salti nel mondo di Amy e in quelli dell’indagine riescono a mantenere attiva la concentrazione dello spettatore senza annoiare, le 2h: 30 passano via leggere.

La regia è precisa, ordinata, priva di fronzoli artistici che rendono il tutto commerciale, poiché in modo semplice ed efficacie narra semplicemente le vicende: questa scelta lo rende capibile immediatamente, senza aver bisogno di più visioni (come può accadere nelle pellicole di Lynch). E’ un classico film. Per analizzarlo lo dividerei in due parti:

  1. La prima parte del film ( da qui qualche spoiler) è leggermente banale. Il tutto è un thriller ma la suspense è completamente assente. Questa parte funziona solamente grazie alla lettura del diario, che riesce ottimamente a dare il ritmo alla storia. Il vero guaio narrativo, più che registico, è che noi siamo sempre a favore del marito: neanche per un istante l’ ho creduto colpevole, ma anzi mi ha inspirato simpatia. Dopo un quarto d’ora ero sicuro che il mistero fosse dietro le buste, il loro gioco ad indovinelli con cui dovevano rintracciare il loro regalo d’anniversario; ho sempre ritenuto che lei fosse scappata, che lo volesse per qualche strana ragione punirlo, che lei aveva finto tutto, che lei stufa di come lui si comportava con lei, maltrattandola (qui mi son sbagliato) aveva deciso di vendicarsi  Suspense zero, ansia zero. Si comprendeva subito, dal fatto che la polizia non lo arrestava, che in qualche modo Nick sarebbe riuscito a cavarsela, senza guai
  2. La seconda parte si apre con la dolce sposina in macchina che abbandona per sempre la sua vita, fingendosi morta. Lo spettatore scopre che la donna intelligentissima è praticamente pazza, falsa. Aveva scoperto che lui la tradiva, che il suo matrimonio era agli sgoccioli, che lui non l’amava più: tutto ciò per la sua mente era troppo, doveva dare una lezione a quell’ ingrato.  La suspense non compare magicamente, anzi quel pizzico di tensione che era presente si elimina, dato che noi ormai sappiamo tutto.  Bravura registica è stata quella di riuscire a incuriosire lo spettatore, vogliamo scoprire come si comporterà Amy e siamo attratti dal suo carattere, freddo e calcolatore. Ovviamente, come in ogni buon film, non tutto va bene, il piano della finta defunta non fila lisciamente ma trova dover affrontare dei guai e così modificare in corsa l’obbiettivo finale. La storia del marito passa in secondo piano, fortunatamente, lasciando lo spettatore concentrato sulle azioni della mente contorta di lei. Da questo momento in poi la banalità svanisce e tutto si svilupperà in un modo inaspettato. Il finale è l’anti-banalità. E’ questa traccia della storia che rende il film godibile e apprezzabile nel suo insieme

L’amore bugiardo – Gone Girl: la malattia dei media

Indubbiamente è un opera registica di valore, è un buon film da vedere al cinema, anche se inferiore ad altri lavori di Fincher.

Una nota positiva è l’interpretazione degli attori ( Rosamund Pike e Ben Affleck)  che è perfetta, pienamente adatti e calati nella parte.

Nate è un uomo leggermente insensibile, che gli piacciono le donne e fare dei bei sorrisi finti; mentre lei inizialmente è una dolce e intelligente mogliettina che quando scopre del tradimento del marito mostra il suo lato nascosto, come fredda e spietata calcolatrice che in ogni modo possibile cercherà di ottenere i suoi scopi, riuscendo a giocare tutte le sue carte prendendosi anche qualche rischio.

Note positive

  • La sceneggiatura
  • La prova attoriale, in special modo quella di Rosamund Pike
  • la critica ai media

Note negative

  • La narrazione è leggermente troppo classica
  • Svela troppo presto l’innocenza del marito
  • Non ti fa empatizzare con i personaggi, in special modo con Ben Affleck

Stefano Del Giudice

Facebook Comments
 
The following two tabs change content below.

occhiodelcineasta

Ultimi post di occhiodelcineasta (vedi tutti)

12 pensieri riguardo “Gone Girl: la malattia dei media

  • aprile 27, 2015 in 10:28 pm
    Permalink

    Di questo film ció che mi ha lasciata di stucco è stato il finale. Sinceramente mi aspettavo una chiusura diversa…più “coerente”

     
    Risposta
  • aprile 28, 2015 in 8:08 am
    Permalink

    Beh, la coerenza è quella di Amy. A me il film non è dispiaciuto e so che il paragone è forzato ma ho apprezzato molto di più il libro, dal quale si comprendono molto più profondamente le personalità. In verità, Nick è quasi approssimato, tant’è che tutti si concentrano con la questione mediatica: non è il mezzo a costringere Nick a comportarsi in un certo modo, è il mezzo che si adatta perfettamente a Nick 😉 se volete, ho recensito sia libro che film e mi piacerebbe sapere che ne pensate! Ciao!

     
    Risposta
  • aprile 28, 2015 in 9:26 am
    Permalink

    Bellissima analisi. Penso che questo film acquisti una dimensione maggiore visti i tempi in cui ci troviamo, tra criminali celebrità e casi di cronaca nera trattati come reality show. La sceneggiatura [ed id il libro] hanno saputo prendere questi elementi reali e “giocarci” per immergerci in una storia dove, fino ad un certo punto, non sai da che parte stare perché influenzato da fattori esterni [è vero che nella prima parte si tende a stare dalla parte del marito, però è anche difficile crederlo innocente al 100% più che altro per i racconti del diario].
    L’unica nota “stonata” secondo me è il finale. Non mi ha convinto appieno, è abbastanza surreale [ma anche la vicenda di suo lo è] ma anche controcorrente più che altro per il marito che vive un epopea cercando di liberarsi dalle bugie della moglie e alla fine decide di viverci dentro.
    Tu che ne pensi? È un finale giusto/adatto secondo te?

     
    Risposta
    • aprile 28, 2015 in 7:39 pm
      Permalink

      Sinceramente, il finale l’ho apprezzato, forse si è un po’ surreale, ma la vita lo è, le persone seguono di più il loro cuore che non la logica. Il marito voleva e stava per rilasciarla, ma appena scopre che lei aspetta un figlio, per la sua compassione e sua bontà non riesce ad abbandonarlo ad una madre pazza. Il finale funziona: shocca lo spettatore, lasciandolo spiazzato. Un finale in cui lei andava in carcere? No, non mi interessa. Tanti film finiscono così.

       
      Risposta
      • aprile 29, 2015 in 8:48 am
        Permalink

        Mmh forse hai ragione. Cioè il finale come lo ricordo io continua a non convincermi [tocca riguardarlo, certi film meritano sempre di almeno una seconda visione], però l’alternativa di lei in carcere o di una morte [di lei o di lui] sarebbe stata fin troppo banale.
        Grazie della risposta 🙂

         
        Risposta
  • aprile 29, 2015 in 3:59 am
    Permalink

    Davvero bel film, me le sono godute anche io quelle 2 ore e mezza filate. E ottima recensione. Seppur mi rimbombi nella testa fin da inizio lettura, il titolo (ovviamente) ritradotto della versione italiana del film: L’Amore Bugiardo.
    Con Raul Bova. Tratto da un racconto di Moccia.
    Speravo scherzassi fino a che non sono arrivato in fondo al trailer. 🙁

     
    Risposta
  • maggio 15, 2015 in 5:37 pm
    Permalink

    Confermo i giudizi positivi, anche se sono rimasto pure io spiazzato dal finale. Ma come hai detto tu, riflettendoci, un finale più “scontato” avrebbe declassato il film. Finalmente un blog sul cinema…ottimo!

     
    Risposta
  • giugno 18, 2015 in 12:03 am
    Permalink

    Scusa, non vedo nulla nella tua home page riguardo i cookies. Ne eri al corrente? Ciao Dora

     
    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *