Sean Young - Blade Runner

Blade Runner: L’emozione dei replicanti

Analisi del lungometraggio Blade Runner
Blade Runner (1982) - Locandina film

Blade Runner

Anno:1982

Paese: Stati Uniti D’America

Genere:AzioneFantascienza

Produzione:The Ladd Company

Distribuzione: Warner Bros

Durata: 118 min

Regia: Ridley Scott

Sceneggiatura: Hampton Fancher, Roland Kibbee, David Webb Peoples

Montaggio:Terry Rawlings

Fotografia:Jordan Cronenweth

Musiche:Vangelis

Attori:Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Daryl Hannah, Williams Sanderson

Trailer italiano di Blade Runner – The Final Cut

Recensione di Blade Runner

Liberamente ispirato al romanzo di di Philip K. Dick del 1968 Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?), Blade Runner è un lungometraggio distopico diretto da Ridley Scott ambientato in un futuristico 2019 di Los Angeles che agli occhi di noi viventi del 2019 appare piuttosto divergente da quello rappresentato all’interno di questa film fantascientifico. Di Blade Runner sono state rilasciate molteplici versioni cinematografiche che hanno dato origine a finali divergenti tra loro. Le principali versioni del film sono tre:

  1. 1982: Quella uscita nella sala cinematografica, voluta dal direttore
  2. 1992: Versione Director’s cut, che segue i voleri del regista Ridley Scott, in cui è stata tolta la voce fuori campo del protagonista ed è stato ripristinato il finale che il regista avrebbe voluto già nelle sale cinematografiche nel 1982, e che il produttore invece non aveva gradito
  3. 2007: Versione The Final Cut (Il montaggio finale), frutto di un restauro digitale del film fatto negli anni 2000, e di alcune modifiche non sostanziali rispetto al director’s cut degli anni 90 e che risulta l’unica versione in cui Scott ha avuto totale libertà creativa.

Nel 2017 è stato rilascita il lungometraggio Blade Runner 2049 diretto da Denis Villeneuve.

Trama di Blade Runner

Protagonista di Blade Runner è un cacciatore di replicanti: Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, che è il personaggio principale e filo conduttore del film. L’uomo dovrà porre fine a un gruppo di replicanti che hanno ottenuto una loro consapevolezza e che stanno attuando un loro percorso interiore per tentare di sopravvivere in un mondo che li vuole morti. Rick Deckard durante il suo tragitto dovrà però fare i conti con sé stesso e niente sarà come lui crede.

Incipit di Blade Runner

Già dalla prima inquadratura lo spettatore viene immerso all’interno di questa skyline di una città futuristica, Los Angeles 2019, un futuro che negli anni ottanta, quando il 2019 era lontano di ben trentasette anni, risultava una anno pieno di fascino e attrattiva per ciò che l’umanità sarebbe potuta divenire. Fin dall’inizio veniamo avvolti in un contesto attrazionale grazie anche ad una dimensione sonora molto importante grazie anche alla sala cinematografica che grazie alle casse surround,che circondano l’ambiente a 360°, permette al guardante d’immergersi totalmente dentro l’esperienza cinematografica.

Blade Runner introduce il pubblico dentro il suo mondo fantascientifico attraverso la componente sonora e con l’uso di una didascalia posizionata all’inizio del lungometraggio che, come un vero e proprio spiegone, annuncia dove ci troviamo e in quale contesto sociopolitico.

All’inizio del 21 secolo, la TYRELL CORPORATION portò avanti l’evoluzione dei robot alla fase NEXUS – un essere virtualmente identico ad un umano – noto come Replicante. I Replicanti NEXUS 6 erano superiori in forza e in agilità, ed inoltre erano uguali in intelligenza, rispetto agli ingegneri genetici che li crearono. I Replicanti erano usati nelle colonie Extra-Mondo come schiavi, nelle esplorazione azzardate e nella colonizzazione di altri pianeti. Dopo un sanguinoso ammutinamento di una squadra di combattimento di NEXUS 6 in una colonia Extra-Mondo, i Replicanti furono dichiarati illegali sulla Terra – sotto pena di morte. Squadre speciali di polizia – BLADE RUNNER UNITS – hanno l’ordine di uccidere, appena scoperti, ogni Replicante fuggito. Tutto ciò non viene chiamato esecuzione. Viene chiamato ritiro

Blade Runner – Incipit

Fin dall’inizio del lungometraggio vengono richiamati i causa vari episodi importanti nella storia del cinema che lavorano sulla raffigurazione visiva e tematica della città del futuro dominata da un sistema di schiavvizzazione di esseri umani o di replicanti e androidi, copie perfette di esseri umani. E’ impossibile non notare il richiamo al lungometraggio Metropolis del 1926 diretto da Fritz Lang sulla cittadina distopica del 2026, andando a rievocare alcuni edifici del lungometraggio espressionista tedesco come possiamo notare nella costruzione del edificio della Tyrell Corporetion. Denotabile è la citazione del capolavoro del cinema 2001: odissea nello spazio, il viaggio dell’astronauta oltre l’infinito che viene visualizzato in una sorta di trip visivo che viene intervallato da delle luci che si riflettono nel suo occhio, in Blade Runner nell’occhio del protagonista troviamo il riflesso delle luci della città.

L’atmosfera visiva con cui il lungometraggio si apre risulta piuttosto carica e immersiva nell’aspetto sensoriale: Effetti pirotecnici (Esplosioni, vampate/ lingue di fuoco che attraversano la città); la pirotecnia, presente anche all’inizio della storia del cinema, che coinvolge i sensi grazie all’impatto visivo dei colori del fuoco e a livello sonoro, producendo un rumore molto forte. Inoltre rintracciamo un elemento musicale molto forte grazie alle sonorità di Vangelis, che accompagna lo spettatore entro immagini di un futuro prossimo ma non troppo lontano, facendoci entrare in questa bolla immersiva di questo mondo del futuro grazie alla musica elettronica e immagini avanzate e sorprendente per la qualità visiva.  L’incipit, orchestrato in maniera ottimale, conduce l’uomo dentro un luogo immerso nella tecnologia che ha sostiuito ed eliminata l’intera natura: non c’è un elemento naturale e la stessa luce parre trasformarsi in fumo, in una dimensione anch’essa artificiale.

Lettura emotiva di Blade Runner

Le emozioni sono un tema del film:  Vediamo un personaggio, il primo dei replicanti che incontriamo, è sottoposto a un test; gli vengono fatte delle domande che sono pensate per attirare una reazione emozionale nei confronti di colui che viene testato e analizzato cercando di evocare reazione disturbanti piene di sofferenza e d’impotenza, come quella della testuggine rovesciata che non si può muovere sotto il sole. L’esame a cui il replicante viene sottoposto serve per misurare il grado di empatia dello stesso androide e dunque per andare anche a comprendere chi sia replicante e chi umano e se lo stesso replicante funzioni ancora normalmente senza andare a mostrare reali emozioni e passioni. Questi umani robotici sono identici esteticamente all’uomo ma privi di quelle reazioni emotivi che provano la presenza di un anima interiore a noi.

In questo contesto però rintracciamo fin dall’inizio dei dubbi sul soggetto testato, infatti colui che dovrebbe essere un replicante sembra immerso in uno stato d’animo emozionale e altamente non neutrale. Lui appare nervoso, agitato e i suoi stessi occhi mostrano un tic nervoso, qui viene subito messa in campo la spaccatura narrativa: un androide non dovrebbe provare emozioni, allora perché questo le prova? L’intero film non sembra però andare a descrivere e svelare appieno il motivo di questa presa di consapevolezza emotiva rimanendo fino alla fine contraddittorio e ambiguo nel suo fascino narrativo, in cui si va a porre il confine tra umano e replicante, creando un ambivalenza sul piano narrativo esplicito: Il replicante è colui che non può provare emozioni/ il vero piano più profondo e avvolto lo sceneggiatore va a mostrare replicanti che appaiono più umani dei veri esseri umani.

Il personaggio replicante non produce una grande empatia (Simpatia, coinvolgimento, nei nostri confronti): anche attraverso vari elementi che lo fanno rendere un personaggio non empatico poiché uccide colui che gli sottopone il test poiché questo ha ormai scoperto la sua trovata consapevolezza che non avrebbe dovuto ottenere essere un costrutto artificiale. Lui non ha memoria, famiglia genetica e non possiede una sua anima e dunque non dovrebbe provare emozione. Lo stesso contesto narrativo che il film costruisce intorno a questo carattere è ancora in costruzione, non sappiamo se il personaggio ci starà simpatico o antipatico; si trova, essendo interrogato, in una situazione di disagio, con questo sensore gli capta i movimenti e le dilatazioni della pupilla per cogliere se prova emozione. Non non proviamo qualcosa di positivo in lui, ha una fisionomia sgradevole, e il suo modo di porsi è che da risposte brusche. 

Lui è un replicante consapevole di essere un replicante per di più fuorilegge. La morte non esiste per lui, ma la sua definizione è il pensionamento che altro non è che la sua disattivazione e per evitarla agisce di conseguenza. Un computer/Replicante/Androide può avere il desiderio di restare in vita o non è un sentimento troppo complesso e strutturato per essere attribuito a un replicante? Già in forma criptata sono domande che ci sono già nell’incipit. Il lungometraggio parla di questo e si basa su ciò: la forza di voler stare in vita e il senso stesso di cosa è umano e reale e chi invece pensa solo di essere reale e invece è un mero costrutto meccanico con ricordi impiantati in lui ma che non gli appartengono minimamente.

Blade Runner – Sequenza: Lo scopo del protagonista

Il protagonista viene chiamato dalla polizia per sostituire il personaggio che è stato appena ucciso dal primo replicante, e qui siamo nel momento in cui il poliziotto che lo chiama e gli mostra in uno schermo video i sei replicanti a cui deve dare la caccia. A livello narrativo viene mostrato a lui poi a noi il suo scopo e l’obiettivo iniziale del protagonista. Lo spettatore si appassiona immediatamente all’uomo e spera che questo porti a termine la sua missione che appare fin dall’inizio piuttosto difficile: un uomo contro sei robot.

In seguito insieme a Rick Deckard, magistralmente interpretato da Harrison Ford, facciamo conoscenza di quel mondo e dei suoi dettagli e sulla natura stessa dei Replicanti che essendo esteticamente uguali agli esseri umani, a eccezione dell’emozione, possono attraverso le loro esperienze di vita andare a creare una loro mentalità fuori dall’ordine prestabilito e per ciò hanno un timer biologico che segna la data di scadenza e la loro disattivazione stessa, il tutto per evitare l’instabilità sociale. Gli Androidi sono in questa società gli schiavi dell’essere umano e loro non devono divenire più forti e indipendenti dell’uomo stesso. Lo stesso Rick Deckard durante il suo viaggio in Blade Runner farà la conoscenza di una Nexus 6 che vive nella Tyrell Corporation a cui effettuerà un test emozionale e nonostante questa sia una copia umana il protagonista mostrerà per la donna una simpatia interiore e interesse, come accade anche allo stesso pubblico grazie all’ottima interpretazione dell’attrice stessa Sean Young che per l’estetica della fotografia piuttosto curata nei minimi dettagli che mostra una tinta altamente noir.

Il tema dell’empatia come elemento narrativo dentro il film, riguarda i personaggi  e le relazioni che hanno i caratteri tra di loro, e anche in relazione alla forma e allo stile del film, rafforzando il discorso sia a livello delle emozioni, sia a livello dell’empatia. L’esempio del colore è una luce bianca, quasi violenta che crea un contorno molto netto sul profilo dei personaggi; è una luce fredda, correlata allo scopo dell’uccidere questi personaggi, e questa luce blu li amplifica nella loro incapacità di provare emozioni e attiva tutta una serie di saperi che noi ci portiamo dietro in quanto spettatori, che fanno parte della nostra cultura, in cui il colore blu è una tinta emotiva che ci dà la freddezza, e quindi un certo distacco, rafforzando il tema della mancanza dell’emozione e nelle inquadrature con la presenza dei replicanti e in molte che mostrano il protagonista rintracciamo questa chiave cromatica.

Un elemento stilististico che lavora per l’empatia e a cui spesso non facciamo caso quando guardiamo il film è la costruzione in soggettiva, ovvero l’alternanza di due inquadrature; primo piano di un personaggio che guarda, e  l’inquadratura successiva che ci mostra quello che il personaggio sta guardando. Alternanza tra il piano piano di Deckard e il paesaggio urbano che lui sta attraversando con questa sorta di navicella volante. Il film ricorre spesso a questa struttura della soggettiva, rafforzando il fatto che noi vediamo la realtà e la viviamo, grazie ai suoi occhi, e poi per estensione attraverso il suo corpo, coinvolgendoci maggiormente.  

Battuta: “C’è troppa luce qui” ci induce a riflettere al contrasto rispetto alla sequenza precedente caratterizza da luce tagliente e bluastra, mentre qui abbiamo una luce gialla più forte. C’è quindi contrasto. Qui vediamo apparire una donna in un contesto diverso, con colore caldo che ci trasmette calore, e quindi una possibile sensazione empatica, sia per quanto riguarda la scena e i personaggi. Dall’altra parte lo spazio è geometrico, l’architettura è disumana così monumentale crea un po’ di ambivalenza. Sembra che il film lavora su Blu, colore freddo, assenza di emozione, e il giallo, il calore, presenza di affettività. Tyrell vuole che l’esito del testo da parte di Deckard alla ragazza abbia esito negativo. Ci troviamo in una soluzione evidente a quella dell’inizio; questo ricorre nel cinema Hitchcock, situazioni che si ripetono all’interno del film, in un contesto opposto. Adesso sappiamo chi è il personaggio che sta facendo il test, e la persona che subisce il test è una donna particolarmente piacevole di bell’aspetto, che ci viene presentata come un essere umano in carne e ossa, per verificare se la macchina del test funziona. Empatia che si può trasmettere tra gli spettatori e lei.  La pupilla dell’occhio ci viene fatta vedere quando a lei viene sottoposto il fatto di mangiare un cane, e lei non ha alcuna reazione a questa situazione particolarmente repellente. Poi segue un primo piano del protagonista in cui comprende che in realtà che la donna è una replicante, e lui sembra quasi imbarazzato, non comunicando l’esito del test alla donna. Noi abbiamo pensato che essa fosse un essere umano, invece scopriamo che è un replicante, come il nostro personaggio. Rachael è una replicante di livello ancora più raffinato, dotata dell’autocoscienza, della consapevolezza che noi abbiamo degli esseri umani, e Rachael ce l’ha, perché è stata progettata con delle informazioni genetiche, come quella dell’autocoscienza, pensando se stessa come un soggetto capace di provare delle emozioni, e il motivo di questo fatto ci viene spiegato nella seconda parte del dialogo; è necessario inserire in lei una memoria che in realtà è artificiale, nasce senza madre come prodotto di fabbrica, ma che scopriamo essere una memoria fittizia, una memoria di altri che le è stata trapiantata. Lei crede di avere un vissuto, un passato, una memoria, di essere uscita dal ventre di una madre. Sono rari i film che hanno tematizzato la questione dell’emozione in modo così esplicito, e allo stesso tempo in modo così raffinato e elaborato. Dallo sviluppo del punto narrativo del film è in parallelo alla seq. precedente. In questa seq. viene posto quello che è il secondo obiettivo che viene esposto in tutti i film classici mainstream, l’obiettivo sentimentale. In tutti i film narrativi – empatici, che è nata nel cinema classico H., dagli anni 20 via via perfezionandosi; il protagonista/eroe del film ha sempre un duplice obiettivo: Da una parte un obiettivo legato alla propria capacità e professionalità, essere un killer di replicanti; Realizzare una relazione sentimentale che inizia a smuoverlo a livello emozionale. Questo secondo obiettivo crea dei problemi, ovvero l’amore tra un essere umano e un replicante. Come può un essere umano empatizzare o provare un sentimento nei confronti di un replicante?    

Blade Runner: Sequenza Casa di Deckard:

In un incontro con Rachael ha rivelato a lei che è una replicante, producendo in lei tutta una serie di reazioni di sconcerto, perché è stata progettata con un’autocoscienza. Qui ritroviamo Deckard, ubriaco, si mette a suonare il piano e a una visione, una sorta di sogno ad occhi aperti, elemento fondamentale per la fine del film. Si tratta di una soggettiva mentale.

Deckard guarda le sue fotografie che rimandano alcune al suo passato, ritorna il tema della Memoria, linea di confine dall’umano e il replicante; un replicante è colui che non può avere una memoria, se non quella impiantata artificialmente. Lui per far capire a lei che lei non è umana, comincia a raccontarle le sue memorie, che il costruttore di Rachael gli ha proferito; R. capisce che sa perfettamente i suoi ricordi, quindi capisce di essere un replicante. Scarto ulteriore tra D. e il replicante, Dechard + la memoria fotografica = Replicante con memoria artificiale. Lui ha la visione dell’unicorno, un animale mitologico; gli animali sono presenti nel film, soprattutto nella loro forma di animali costruiti in laboratorio. Ha anche un valore economico molto forte; siamo in un contesto post – atomico, e si può presumere che la vita degli animali sulla terra sia scomparsa. L’animale assume una valenza mitica ancora più forte. D. sembra avere un passato, una memoria, dei sogni legati alla propria sfera interiore, rafforzandoci il suo essere umano che lo distanza da R., e sull’impossibilità di amarla pur sentendo la nascita di questo sentimento. Il contesto però è quello tipico dell’uomo solo, ubriaco, abbandonato, che strimpella delle noti triste e malinconiche al piano. Quindi il tema di questa scena è anche la solitudine.

  • Sviluppata attraverso dei primi piani di lei, e di pausa dal punto di vista narrativo. Lei si scioglie i capelli. Perché? Una sorta di nostalgia e malinconia sul fatto che non sia un’ essere umano (Per essere imperfetta, quindi più umana)
  • E’ una sequenza che ci invita a suppore cosa le sta passando nella testa, a cosa stia pensando
  • Lei comunque sta vivendo delle emozioni, e la differenza tra uomo e replicante è sempre più sottile.
  • Questa seq. ha anche tutti i canoni stilistici delle scene di empatia; Inquadratura primo piano con durata prolungata nel tempo, di più rispetto a quello che serve per capirla a livello narrativo, e una musica che accompagna il primo piano che introduce sempre una nota e una coloritura emozionale alla seq. stessa
  • Il personaggio in realtà sembra che stia vivendo emozioni molto forti e anche molto violente, e ci assorbe e coinvolge in quanto spettatori maggiormente. E’ un’atmosfera da film sentimentale, tra mix di informazioni narrative sul personaggio e elementi stilistici che creano questa particolare atmosfera. 
  • Gioca con gli stereotipi di una scena tipica del cinema Hollywoodiano mainstream che è la scena sentimentale, del bacio tra protagonista maschile e femminile, e la differisce. Ci porta a un centimetro dal momento del bacio, ma lei essendo replicante capendo di non poter vivere emozionalmente questa situazione, si allontana, fugge da lui. Lui cambia atteggiamento, passando da romantico a un uomo forzuto, dotato di forza aggressiva, essendo killer. Lui come un suggeritore suggerisce le frasi che la donna deve dire, come se dicendo queste frasi la donna possa provare le emozioni corrispondenti entro queste frasi. Gli ultimi secondi della seq. sono propri della scena sentimentale. E’ curioso come si arriva a questa scena, con questa sorta di istruzioni per l’uso; inizialmente lei vive questa cosa senza alcun trasporto, ma poi l’esperienza del bacio sembri che la emozioni.
  • Quando lei fugge sembra vivere un’emozione doppia: Tra la paura che gli incute D. che l’ha attratta in modo violento, quasi la sbatte contro la finestra, dall’altra l’emozione di dispiacere da non poter rispondere alle attese emotive che D. ripone in lei; lei è dispiaciuta per non essere attratta. Il fatto di non provare emozioni, fa sì che lei ne provi due: La paura e il dispiacere. C’è un gioco di ambiguità voluto.

La scena di Blade Runner: Incontro tra Replicante e il proprio Dio

Siamo dentro a un filone a tinte killer della storia e in un momento pieno d’intimità e pathos narrativo. Il capo dei replicanti con uno stratagemma legato al gioco degli scacchi, è riuscito a mettersi in contatto con l’ingegnere, il suo Dio, il più importante della Tyrel corporation, e a farsi portare nella sua casa. E’ il momento in cui la creazione artificiale incontra il proprio creatore, il suo padre simbolico.

Roy, il replicante, viene inquadrato per la prima volta in primo piano nel momento in cui dice: “Io voglio più vita”, il desiderio è qualcosa che è legato all’umano, è un sentimento molto elaborato. E’ un replicante che rappresenta un vissuto emozionale e una complessità da spingerlo oltre i propri confini. C’è l’uso del primo piano in relazione all’espressione dell’emozione.

La forma artificiale più intelligente si ribella al proprio creatore, chiamato da lui “padre”, ma nella sceneggiatura originale diceva “stronzo”, ma per questioni di censura è stata sostituito. La scena ha una risonanza simbolica anche alla parabola evangelica del signor prodigo, esplicitamente. Cava gli occhi al suo creatore, configurandosi come un personaggio lontano da produrre in noi spettatori empatia, compiendo un azione brutale; anche se il fatto che sia condannato a vivere in un tempo determinato, noi lo possiamo empatizzare, e condividiamo con lui questo desiderio di maggiore vita.

Il senso del finale la fine di Roy e il suo monologo

Momento celeberrimo: Il protagonista deve uccidere Roy, che ormai non ha più niente da perdere sapendo di dover morire, e  si ritrova sul tetto di questo edifico, con l’uomo che rischia di precipitare.  Il tutto viene girato con estrema maestria tecnica e con un luce blu che rende la scena d’azione un perfetto esempio di Noir.

  • Le pale che girano richiamano circolarmente l’inizio del film dell’interrogatorio del primo replicante, con le pale del ventilatore, e questo richiama la chiusura circolare del film, dal primo interrogatorio in cui il replicante uccide il blade runner, e il momento finale in cui la vicenda si conclude con l’incontro dell’ultimo replicante a cui dare la caccia. 
  • Primissimo piano dell’antagonista, e la paura è un emozione. Il nostro eroe è in serio pericolo, e Roy è in netto vantaggio su di lui.
  • Salvare la vita al prossimo: Un replicante che salva un essere umano richiede uno sviluppo emotivo e della capacità di provare delle reazioni empatiche, molto grandi e sviluppate. Come sia possibile che un replicante quindi gli salvi la vita? Roy è capace di provare empatia? E verso chi e che cosa?

Con questo primo piano inizia quella che possiamo definire Il prototipo della scena d’empatia: Una scena in cui il flusso narrativo della storia tende ad arrestarsi o a dilatarsi e il film segue l’insorgere di un emozione; o con la struttura del primissimo piano sul personaggio, o l’alternanza tra il primo piano del personaggio e in questo caso il suo antagonista.

L’inizio del monologo struggente di Roy e lo stupore di Dechard: E’ una scena che prende molto tempo, molto di più di quello necessario per raccontare direttamente la morte del replicante, un monologo che lo umanizza, non c’è morte più umana di quella di questo replicante, in cui sul punto di morte lamenta che le memorie e le sue esperienza saranno perdute, esattamente ciò che succede quando muore un essere umano, e la reazione di D. che più che essere una reazione di gioia per la realizzazione del suo obiettivo, è una reazione empatica di dispiacere, cogliendo movimenti minimi nella sua espressione facciale; deglutisce, quasi come se fosse commosso, e fa delle smorfie quasi come se stesse lui stesso provando questo sentimento della fine della vita. Non solo c’è un’empatia emotiva tra Roy e D.,  ma c’è anche una compenetrazione (Fusione) fisica, nel momento in cui i due primi piani sono fusi in una dissolvenza incrociata dal primo piano di D.  a quello di R., con l’idea quasi ci sia una sovrapposizione dei due corpi. E’ una scena che porta al culmine, come spesso succede nei finali dei film, il livello della temperatura emotiva. A farci uscire da questa vetta empatica, contribuisce un terzo personaggio, che richiama D. alla realtà congratulandosi per il lavoro svolto. R. è suo compagno di esperienza a livello esistenziale. D. è richiamato alla realtà da questo poliziotto che gli fa alcune battute. E’ un personaggio che vediamo spesso nel corso del film, e che aiuta D. nel suo lavoro, e che ha come hobby di costruire degli origami di animali attraverso dei pezzetti di carta, e lo vediamo nel corso del film costruire varie forme di animali. “E’ un peccato che lei non vivrà”, riferendosi a Rachael.        

Plot Narrativi: Professionale e Sentimentale, e dovrai assistere alla morte di lei, così come hai assistito alla morte di Roy. E’ una battuta che ci fa uscire da questo clima empatico del film, disilludendoci sulla possibilità di un Happy Ending. Il tutto viene mostrato attraverso uno splendido finale aperto che porta a conclusione il plot sentimentale pur rimanendo piuttosto ambiguo

Anche Rachel è riuscita a superare l’ostacolo iniziale. Lo stereotipo della scena del bacio si realizza. Rovesciamento totale di prospettiva: lettura di vedere il film in una chiave diretta. Questo rovesciamento è la natura stessa del protagonista.; possiamo supporre che sia anch’esso un replicante; ci sono indizi nel corso del film che ci fanno sospettare che possa essere un replicante, ad. es. quando ad un certo punto, lei gli dice se si è mai sottoposto al test, e lui non risponde, addormentandosi nel frattempo.

L’ Agnizione (IN TERMINI ARISTOTELICI)= Il rifiuto del riconoscimento della verità.

Lui trova in terra l’origami dell’unicorno, sua immagine mentale. E’ una coincidenza o anche il poliziotto sa che D. è un replicante?, e di quella razza più sofisticata, perché non sanno di esserlo. Lui rimane perplesso, ma comunque decide di fuggire con la ragazza. Da un lato l’origami ci può rivelare con un effetto sorpresa che anche D. è un replicante, dall’altra distrugge la barriera che nel film si crea tra replicante ed essere umano. Noi abbiamo empatizzato con D.

La scelta del salvataggio di D. da Roy: Roy sapeva che lui è un replicante, e quindi lo salva? Si può salvare la vita a una persona senza provare empatia?

La colomba = L’anima di Roy che vola in cielo

Mix tra vari generi: Fantascienza, poliziesco, il noir (La pioggia, le sigarette, la solitudine dei personaggi), anche componenti western di caccia all’uomo

Riflessione sulla natura dell’emozione umana: I personaggi più empatici del film non sono gli esseri umani ma sono i replicanti, c’è un rovesciamento; sono personaggi che in teoria non dovrebbero esseri capaci di provare emozioni

Re – Interrogarci sulla sequenza del salvataggio, e sulla storia sentimentale, motivandola; a noi sembra improbabile che un essere umano possa innamorarsi di un replicante, e se un replicante può innamorarsi di un suo simile? E’ questo che alla fine si motiva essendo D. replicante. Dall’altra parte ribalta l’assunto iniziale del film che non possano provare emozioni. La trama non è particolarmente innovativa, ma ci pone tutte queste riflessioni sull’emozione e l’empatia.

Note positive

  • Tematiche
  • Regia
  • Fotografia
  • Venatura Noir del film
  • Attori

Note negative

  • A tratti il film rischia di perdersi andando a creare un pizzico di eccessiva confusione sul protagonista
  • Gli eccessivi montaggio che il film ha avuto che modificano sempre il senso della storia.
  • Elemento messi e mai spiegati appieno.
  • A tratti una eccessiva lentezza narrativa

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