The Others: la ricetta per un cult

The Others: la ricetta per un cult 1

The Others

Titolo originale: Los Otros

Anno: 2001

Paese di Produzione: Spagna

Lingua: inglese

Genere: gotico, sovrannaturale, horror psicologico

Casa di produzione: Las Producciones del Escorpion, SL Sociedad General De Cine, S.A

Distribuzione: Dimension Films (Stati Uniti), Warner Sogefilms (Spagna)

Durata: 104 minuti

Regia: Alejandro Amenábar

Sceneggiatura: Alejandro Amenábar

Montaggio: Nacho Ruiz Capillas

Fotografia: Javier Aguirresarobe

Musica: Alejandro Amenábar

Attori: Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Eccleston, Elaine Cassidy, Eric Sykes, Alakina Mann, James Bentley, Keith Allen, Renée Asherson, Michelle Fairley

Trailer ufficiale di The Others

Trama di The Others

Un grido spezza il silenzio: il risveglio da un incubo. La vicenda si sviluppa interamente in una grande magione situata nell’isola di Jersey, poco lontana dalle coste inglesi bagnate dalla Manica, sul finire del secondo conflitto mondiale. Grace Stewart (Nicole Kidman) è una madre di due bambini affetti da una singolare patologia che li costringe a rimanere all’interno della casa nella più totale oscurità. Data l’assenza del marito, impegnato al fronte, tormentata da frequenti emicranie e mentalmente provata dal isolamento e la continua ansia per la condizione dei figli, Grace si vede costretta ad assumere dei domestici. La vita di questa famiglia allargata viene irrimediabilmente sconvolta quando degli “intrusi” iniziano a tormentarla palesando i limiti degli atteggiamenti iperprotettivi e i retaggi di una cultura cattolica della madre. Strane coincidenze e inquietanti avvenimenti si trasformeranno molto presto in una tremenda verità.

ci saranno per tutti grandi sorprese

cit. The Others

Recensione di The Others

Non è affatto facile approcciarsi a un film tanto iconico come lo è stato, e come lo è tuttora, The Others: il mio sarà un umile tentativo di rendere giustizia a una pietra miliare del genere e del mondo cinematografico in generale.

Nonostante l’esclusione alle nomination agli Oscar (Amenábar si rifarà tre anni dopo vincendo il premio al miglior film straniero con Mare dentro), la pellicola fa incetta di premi Goya che vanno a impreziosire la carriera del regista di origine cilena (uno fra i più acclamati della penisola iberica). Oltre al successo di critica, la quale elogia, fra le altre, la performance di Nicole Kidman (ennesima grande prova della sua luminosa carriera), il lungometraggio incassa più di 200 milioni di dollari confermandosi uno dei più visti e apprezzati dal pubblico nell’anno 2001.

Quello che Amenábar riesce a fare con la sua opera è un operazione niente affatto semplice di recupero e integrazione ammiccando ora al “maestro del brivido” Alfred Hitchcock ora ispirandosi alle novità introdotte da registi e sceneggiatori a lui contemporanei. Il risultato è una sinfonia di riferimenti (più o meno velati) a ciò che rese immortale il cinema thriller degli anni ’50 e ’60 e una narrazione e sceneggiatura fresca e innovativa.

Se la vostra concezione di horror si limita all’utilizzo massivo di effetti speciali e jumpscare dovrete ricredervi o, se non siete disposti a cambiare idea, vi consiglio di guardare altro. L’intento del regista non è assolutamente quello di aggiungere elementi terrificanti, ma bensì quello di eliminare il più possibile elementi familiari e rassicuranti. Tutto quello di cui si ha bisogno è di un pretesto: la necessità di dover chiudere la porta da cui si è entrati prima di poterne aprire un’altra (imposizione fatta ai domestici, e da lei seguita pedissequamente, da Grace nei primi istanti della pellicola, nel estremo tentativo di salvaguardare la salute cagionevole dei figli). Niente turba di più una mente che la sensazione d’impotenza mentre si trova in balia delle, seppur umane, emozioni: l’attesa snervante prima dell’apertura della porta, la chiave sbagliata, la stessa che stenta a entrare nella serratura mentre si è presi dal panico e dal nervosismo, o dai risvolti psicologici che la colpiscono a causa d’insoddisfazione, solitudine e isolamento: perché niente è più scioccante di non avere il controllo di ciò che più ci è vicino.

Questa scelta di soggetto è condita dalla filosofia cinematografica di Amenábar e collaboratori che sfruttano le luci naturali che attraversano timidamente le spesse tende e quella calda della fiamma delle candele e di una regia severamente funzionale, fatta di piccole finezze, movimenti fluidi, libera da ogni intento autocelebrativo, con unico fine essere al servizio della buona realizzazione della messa in scena.

Il binomio luce/tenebre in The Others

Un particolare che non passerà di certo inosservato all’occhio di un osservatore attento è il ripetersi di scontri fra due forze antitetiche, se nel caso della famiglia contrapposta agli “intrusi” l’associazione può apparire lampante ci tengo a sottoporre brevemente alla vostra attenzione almeno altri due sistemi dualistici riscontrabili nel lungometraggio.

Il primo è il binomio luce/tenebre, e faccio chiaramente riferimento alla necessità dei bambini di vivere lontani da fonti luminose, al sicuro nell’oscurità, quasi come se fosse la luce, che rivela e svela, a essere spaventosa. Il secondo, affine al precedente, sono i concetti di fede e di realtà. Quest’ultima dialettica si lega al vissuto dello stesso regista che, dopo essere stato educato alla dottrina cattolica, ha maturato la decisione di professarsi ateo; nonostante ciò Amenábar non si arroga il diritto di definire quale delle due possibilità sia la più vera e giusta ma, sapientemente, ci svela che esse sono, come la luce e le tenebre, vere entrambe, ma che esprimono due realtà diverse, due modi differenti di percepire e descrivere ciò che ci permea. Ciò che invece si percepisce nel film è una critica all’oscurantismo religioso, e non una critica alla fede in sé, né alla ricerca di risposte in un’entità divina, tematiche sentite, sofferte e desiderate per tutta la durata dell’opera.

Note positive

  • Nicole Kidman
  • Sceneggiatura
  • Ambientazioni
  • Il finale: una gustosissima ciliegina su di una squisita torta. (Evito di fare spoiler, ma preparatevi a pensare di aver capito, per poi capire di essere stati fregati per bene). Un cliffhanger da manuale.

Note negative

  • La prima mezz’ora introduttiva (ma necessaria)
  • Interpretazioni secondarie esagerate (utili ai fini della trama)