Succession – Ritratto di famiglia in fiamme: La prima stagione

Succession - Ritratto di famiglia in fiamme

Succession

Anno: 2018

Paese di Produzione: Stati Uniti d’America

Genere: drammatico, commedia nera, satirico

Produttore: Gary Sanchez Productions, Project Zeus, Will Ferell, Adam McKay, Jesse Armstrong

Ideatore: Jesse Armstrong

Stagioni: 1

Puntate: 10

Distribuzione: HBO

Attori: Brian Cox, Kieran Culkin, Matthew Macfadyen, Jeremy Strong, Nicholas Braun, Alan Ruck, Sarah Snook

Trailer della serie Succession

Recensione di Succession

Con quel pizzico di voyeurismo che porta necessariamente con sé, lo spettatore televisivo (ma quello cinematografico non gli è da meno) si lascia spesso avvolgere nelle maglie intricate delle dinamiche famigliari. Se grande e piccolo schermo sono le porte su un’altra dimensione, spiare dal buco della serratura offre un piacere peccaminoso, ma mai colpevole, a cui è difficile resistere. Scandali, lotte intestine sono la cifra di uno spettacolo che scruta oltre la facciata e si accende quando le luci della ribalta si spengono. Insomma, i panni sporchi, quando si tratta d’intrattenimento, non si lavano in famiglia. Mai.

Il 3 giugno 2018, un anno prima della conclusione definitiva de Il Trono di Spade, il suo show di maggior successo, il canale via cavo HBO manda in onda il pilota di una nuova serie, ambientata all’interno di una famiglia americana, che tiene le redini di un colosso delle comunicazioni e dell’intrattenimento. Con la regia di Adam McKay, il primo episodio di Succession è lo stralcio di un affresco famigliare per vari aspetti inatteso, l’incipit di un dramma monumentale cresciuto puntata dopo puntata, che approderà prossimamente alla sua terza stagione.

Trama di Succession

La famiglia Roy possiede uno dei conglomerati di media e intrattenimento più importanti al mondo. Ha le mani su reti televisive, crociere, parchi divertimento, e gestisce volumi di denaro inenarrabili. Logan, il patriarca, è un uomo d’affari senza scrupoli, creatore di un impero capace di smuovere gli interessi e gli equilibri dei potenti. Sa che ogni cosa ha un prezzo e che pagando il giusto prezzo ogni cosa può essere ottenuta. Alla vigilia degli 80 anni però la sua salute comincia ad avere qualche battuta d’arresto, e il timone della nave è d’un tratto pronto a essere impugnato da qualcun altro. Kendall è a tutti gli effetti il figlio destinato a ereditare il trono e la sua successione appare come una pura formalità, nonostante nel suo passato ci sia qualche dipendenza di troppo e la sua attitudine al comando sia da consolidare.

Con la famiglia riunita per il suo compleanno, Logan regala a tutti un inaspettato colpo di scena, annunciando la sua decisione di rimanere al comando dell’azienda. A quel punto, gli equilibri, di per sé piuttosto fragili, vacillano ancor di più. Se Kendall tenta strade alternative per impossessarsi di un’egemonia che già sentiva propria, nemmeno i fratelli rimangono immuni al fascino del potere: Roman è impreparato ed eccentrico ma ha mire importanti verso l’impero di famiglia; la sorella Shiv consolida il suo lavoro in politica, gestendo la campagna di un candidato alle elezioni presidenziali; Connor, il maggiore dei figli, si mantiene estraneo alle dinamiche aziendali ma non rinuncia a nutrire ambizioni esterne forse al fuori della propria portata.

Fanno da sfondo una schiera di figure tutt’altro che accessorie: il futuro genero di Logan, la nuova moglie dall’aspetto garbato ma perentoria e con una passione per il controllo, il giovane nipote venuto ad attingere al prezioso nettare di famiglia… Ad accomunare tutti la forza centripeta che li tiene agganciati all’azienda e il desiderio inconfessato di avere una fetta di torta che possa essere commisurata ai loro voraci appetiti.

Analisi di Succession

Il destino di Succession è quello di uno show capace di costruire la sua credibilità, rielaborando i propri stessi stilemi e mettendo a punto una poetica che si perfeziona via via sul campo. La prima stagione gioca la carta degli eccessi e, per certi aspetti, richiede una buona dose di fiducia da parte dello spettatore.

Creata da Jesse Armstrong e prodotta dall’Adam McKay Premio Oscar per la sceneggiatura de La Grande Scommessa, eredita da quest’ultimo la passione per i dietro le quinte delle grandi operazioni aziendali e il piacere di farsi cantore di questi moderni feuilleton finanziari. Il cammino della Waystar Royco, l’azienda di famiglia, è fatto di strategie, sotterfugi, passi falsi e sgambetti, tutti elementi che abbagliano lo schermo grazie a passaggi di scrittura finissima capaci di conferirgli una vera cifra drammaturgica.

Succession, la costruzione dei personaggi

Ma è con la caratterizzazione dei personaggi che Succession si fa davvero ambizioso, nell’invisibile compromesso che riesce a farne eroi tragici, animati da pulsioni forti, in contrasto, che non si annullano, anzi si alimentano a vicenda. Fatta eccezione per il granitico Logan (ma una fenditura arriverà anche nella sua corazza), le pedine di questa grande scacchiera, primi tra tutti i figli, si muovono tra forze magnetiche opposte. Da un lato l’aspirazione al potere non risparmia nessuno e riesce a spogliare tutti di scrupoli e rimorsi; dall’altro la tensione verso gli ultimi residui di un’umanità in via d’estinzione è un fuoco che brucia sotto la cenere, capace di creare delle spaccature rilevanti nelle loro armature. Senza contare l’innato, inconfessato desiderio di approvazione che i fratelli Roy hanno verso il padre, nonostante ostentino sentimenti contrastanti, spesso volti al disprezzo.

Succession, un sottile lavoro di scrittura

Come anticipato, il primo ciclo di episodi è una commistione di generi e registri narrativi che spesso si abbandonano alla commedia o addirittura al caricaturale. La vera credibilità di una narrazione complessa e maggiormente coesa si ottiene con la seconda stagione, dove il lavoro sulla sceneggiatura raggiunge livelli di profondità ancora superiori. Schiacciati sotto il fardello dello stesso potere che reclamano, i protagonisti sono senza tregua e senza scampo, privi di morale eppure torturati nella loro strenua volontà di risultare meno sinistri.

Si è parlato a lungo di quanto l’intrattenimento contemporaneo sia plasmato sui principi della cosiddetta tv della complessità, Succession ne è un emblema straordinario. Non si affida a meccanismi imperscrutabili ma adotta una raffinata sinfonia di chiavi di rappresentazione, che non hanno lo scopo di attirare furbescamente a sé le pulsioni dello spettatore, bensì disegnano un affresco complesso, di fortissimo impatto cromatico. La regia è sincopata, destrutturata, il tema musicale di Nicholas Britell (candidato all’Oscar per la partitura di Moonlight) è ipnotico, sofisticato e grave.

Succession: è il gioco dei troni, gente!

Il paragone con Game of Thrones è piuttosto immediato, entrambi sono prodotti per la televisione con un respiro che li porta ben al di là del piccolo schermo, scelte registiche fortemente autoriali e un’abilità di scrittura che supera gli archetipi televisivi classici. E poi c’è il trono: se là erano i sette regni a contenderselo, qui l’avidità si consuma tutta all’interno del quartier generale di New York City. Ma l’epica dell’avidità non viene minimamente sminuita, con i valori dell’onore e della rispettabilità che si dimostrano più usurati e compromessi. La tensione al dominio, al pari delle dinamiche famigliari, è un elemento topico della rappresentazione televisiva, che si ritrova modulata in contesti differenti. Succession disegna un universo in cui le grandezze in gioco sono a tal punto lontane dai nostri orizzonti da sembrare alieno. Solo la deformità morale degli individui che lo popolano avvicina le miserie dei ricchi a quelle dei poveri, ricordando ai comuni mortali che compromessi, sotterfugi e oblio della coscienza sono la corsia preferenziale per raggiungere i propri fini, a prescindere dal reddito. Una lezione sempre attuale che contribuisce a fare di questo show uno degli eredi della grande televisione americana degli ultimi anni.

Note positive

  • La caratterizzazione dei personaggi
  • La regia e le musiche che definiscono il carattere autoriale del prodotto.
  • La sceneggiatura in grado di unire generi narrativi e registri differenti.

Note negative

  • La prima stagione non è organica quanto la seconda e l’elemento caricaturale rischia di far perdere credibilità.

Rimani in contatto con noi!

Inserisci il tuo indirizzo email qui sotto per iscriverti alla nostra newsletter