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Senza Lasciare Traccia (2018): i segni della guerra su chi la vive e su chi gli sta accanto.

Recensione del film del 2018 Senza Lasciare Traccia ( Leave No Trace) diretto da Debra Granik
senza lasciare traccia locandina

Senza Lasciare Traccia

Titolo originale: Leave no trace

Anno: 2018

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Drammatico

Produzione Bron Studios, First Look Media, Harrison Productions

Distribuzione: Adler Entertainment

Durata: 109 min

Regia: Debra Granik

Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini

Fotografia: Michael McDonough

Montaggio: Jane Rizzo

Musiche: Dickon Hinchliffe

Attori: Ben Foster, Thomasin McKenzie, Jeff Kober, Dale Dickey


Trailer “Senza Lasciare Traccia”

Recensione di Senza Lasciare Traccia

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo scritto da Peter Rock dal titolo “My Abandonment”. Il soggetto, curato della stessa regista e da Anne Rosellini, produttrice cinematografica da sempre legata lavorativamente alla Granik, ha fatto sì che quest’opera avesse un grande successo dal punto di vista della critica pur non essendo stato un campione d’incassi.

Trama di Senza Lasciare Traccia

La trama del film è basata sulla storia di Will, ex veterano affetto da PTSD (disturbo da stress post traumatico) che vive nella foresta con la figlia tredicenne Tom. I due hanno pochissimi contatti con la società a causa del disturbo di Will, ma con l’arrivo dei servizi sociali, preoccupati per la situazione in cui vive la ragazzina, li costringono a reinserirsi nella società con tutte le difficoltà del caso. Il dualismo tra il disturbo di Will e la necessità per una giovane ragazza di vivere una “vita normale” faranno da colonna portante per tutto il film, guidando lo spettatore verso un finale poetico che lascia però l’amaro in bocca

Analisi di Senza Lasciare Traccia

La sceneggiatura non è ricca di dialoghi, ci sono molte scene in cui viene lasciato spazio al silenzio e ai suoni della natura in cui sono immersi i protagonisti così da catturare lo spettatore e porlo al centro della scena permettendogli di vivere in prima persona gli ambienti, i colori e i suoni di ogni singola scena. Per quanto riguarda invece il disturbo del protagonista, è stato portato avanti un profondo studio da parte della regista e di Ben Foster per trasmettere allo spettatore tutte le difficoltà che comporta avere questo tipo di patologia e quanta sofferenza possa provocare, sia dal punto di vista fisico che mentale, a chi è affetto dalla malattia senza però trascurare l’aspetto psicologico che questa ha su chi sta intorno alla persona disturbata. Si prova una grande empatia verso Will e verso sua figlia, immedesimandosi spesso con quest’ultima nel vivere i disturbi del padre. Il cast, capitanato da Ben Foster, non è ampio ma è composto da validissimi attori tra cui spicca la giovanissima Thomasin McKenzie divenuta famosa di recente per il suo ruolo in “Jojo rabbit” (di Taika Waititi, 2019). Le diverse prove attoriali non lasciano spazio a critiche, i personaggi sembrano essere stati scritti per gli attori che li interpretano riuscendo così a coinvolgere il pubblico per tutta la durata del film.

In conclusione

A mio avviso questo è stato uno dei film più sottovalutati all’uscita, a livello tecnico il film è impeccabile. La regia della Granik ci permette di entrare a pieno nella psicologia dei protagonisti grazie a dei movimenti di macchina molto dinamici ma allo stesso tempo dal forte impatto visivo ed artistico grazie anche alla magnifica fotografia di Michael McDonough, direttore della fotografia sconosciuto ai più ma con una lunga carriera tra cortometraggi e mondo della TV durante la quale si è occupato anche di alcuni episodi di “Fear The Walking Dead

Il mio consiglio è di guardarlo, possibilmente in lingua originale, così da riuscire a cogliere ogni sfumatura del carattere dei personaggi anche dal tono di voce. Buona visione!

Note positive

  • Delicatezza nel trattare un tema inusuale
  • Recitazione eccezionale nonostante la mancanza di grandi nomi
  • Sceneggiatura scritta bene che non lascia dubbi o buchi

Note negative

  • Per alcuni spettatori può risultare poco piacevole la presenza di pochi dialoghi

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