Senso: tra spettacolo e realismo

Senso: tra spettacolo e realismo 1

Senso

Titolo originale: Senso

Anno: 1954

Genere: storico, sentimentale, drammatico

Paese: Italia

Produzione: Lux Film

Distribuzione: Lux Film

Durata: 115 min

Regia: Luchino Visconti

Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Luchino Visconti, Carlo Alianello, Giorgio Bassani, Giorgio Prosperi, per i dialoghi Paul Bowles e Tennessee Williams, da un soggetto di Camillo Boito

Fotografia: Aldo Graziati, Robert Krasker, Giuseppe Rotunno

Montaggio: Mario Srenadrei

Musiche: Settima sinfonia di Anton Bruckner, Il trovatore di Giuseppe Verdi

Attori: Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Heinz Moog, Rina Morelli, Christian Marquand, Sergio Fantoni, Tino Bianchi, Ernst Nadherny, Tonio Selwart, Marcella Mariani, Cristoforo De Hartungen, Marianna Leibl, Goliarda Sapienza

Recensione di Senso

Tratto da una novella di Camillo Boito e con dei giovanissimi Franco Zeffirelli e Francesco Rosi come aiuto registi, Senso è uno dei film più noti di Visconti e uno dei più discussi dalla critica. Opera monumentale ambientata durante un Risorgimento evocato per la prima volta non come gloriosa epopea, dopo un esordio vicino al neorealismo Senso mostra quelle che saranno tra le principali caratteristiche del cinema di Visconti: un apparato visivo sontuoso e raffinato e una lucida analisi della decadenza delle classi sociali elevate tra XIX e XX secolo.

Trama di Senso

Alla viglia della terza guerra d’Indipendenza, durante una rappresentazione de Il trovatore alla Fenice di Venezia, la contessa Livia Serpieri conosce il tenente austriaco Franz Mahler: nonostante la contessa sia una fervente sostenitrice dell’indipendenza italiana, verrà travolta da un’incontrollabile passione per il tenente, uomo subdolo e meschino che approfitterà del cieco amore della donna per sfuggire al campo di battaglia. Gli ideali patriottici che Livia professava essere più importanti di qualsiasi altra cosa soccombono inesorabilmente di fronte ai sentimenti per Franz, in nome dei quali la donna tradirà senza ripensamenti la causa indipendentista e andrà incontro alla più desolante umiliazione.

Analisi di Senso

Alla sua uscita, Senso scatenò reazioni contrastanti nella critica italiana. In particolare è interessante la polemica sorta tra i critici Luigi Chiarini e Guido Aristarco: Chiarini, alfiere del neorealismo, accusò Visconti di aver tradito la causa del nuovo cinema italiano in favore di una spettacolarizzazione formale di stampo hollywoodiano, mentre Aristarco difese il regista affermando che Senso segnava il passaggio “dal neorealismo al realismo”. Sicuramente la posizione di Chiarini potrebbe sembrare più appropriata, poiché a uno sguardo superficiale Senso può apparire come un melodramma con intenti puramente estetici: la trama è una tragedia sentimentale e l’opulenza della scenografia ruba spesso la scena agli attori, che recitano in modo caricato e tutt’altro che realistico. D’altra parte, analizzando con più attenzione la storia narrata, appare chiara la critica al Risorgimento, che dietro alla vistosità dell’apparato visivo è analizzato con lucido realismo come la rivoluzione mancata di una classe sociale corrotta: la vicenda della contessa Serpieri si configura così come un simbolo delle aspirazioni puramente velleitarie del suo ceto, destinato irrimediabilmente alla decadenza economica e soprattutto morale. Quello che colpisce di più nel film è dunque la capacità di combinare con sottile ambiguità un resoconto storico a una vicenda melodrammatica, aprendo al cinema italiano la possibilità di appagare il pubblico con uno spettacolo visivamente sontuoso (Senso fu un successo al botteghino) senza rinunciare a una rappresentazione critica del contesto storico e sociale in cui la vicenda è ambientata.

Note positive

  • Scenografie eccellenti, regia impeccabile e in generale lato visivo raffinatissimo
  • Analisi storica lucida e all’epoca sovversiva
  • Recitazione di Alida Valli

Note negative

  • L’opulenza scenografica è talvolta eccessiva
  • Trama e dialoghi estremamente melodrammatici, difficilmente apprezzabili da uno spettatore contemporaneo

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