Rambo: Last Blood – Il (quarto) ritorno di un’icona del cinema

trailer di Rambo: Last Blood

Introduzione di Rambo: Last Blood

Rambo: Last Blood è il quinto capitolo cinematografico dedicato all’iconico Berretto Verde ideato dallo scrittore David Morrell nel 1972. Il film, seguito di John Rambo del 2008, è diretto da Adrian Grunberg e sceneggiato da Matthew Cirulnick e Sylvester Stallone.

Trama di Rambo: Last Blood

Dopo gli eventi accorsi in Birmania, John Rambo (Sylvester Stallone) ha finalmente deciso di dar retta a Sarah Miller (interpretata da Julie Benz nel precedente capitolo) facendo ritorno nella sua cittadina di origine. Nel ranch di famiglia a Bowie, il reduce del Vietnam sembra aver trovato la tranquillità da sempre ricercata. John alleva cavalli, aiuta la comunità e abita in compagnia della domestica Maria Beltran (Adriana Barraza) e della “nipote” Gabriela (Yvette Monreal). Ma la stabilità faticosamente realizzata rischia di franare quando quest’ultima, nonostante i pareri contrari di Maria e John, decide di andare in Messico alla ricerca di suo padre. Gabriela scompare senza lasciare traccia, spezzando violentemente l’equilibrio della nuova vita di Rambo e facendo affiorare la parte più recondita del suo carattere.

Recensione di Rambo: Last Blood

L’idea al principio di Rambo: Last Blood è certamente interessante. Molti (anche con giudizio) ritenevano che il John Rambo del 2008 diretto da Sylvester Stallone poteva rappresentare la degna uscita di scena di un’icona cinematografica, ma poi si è aperta una breccia, una possibilità, una nuova strada che era possibile percorrere. Perché approfondire il ritorno sul suolo americano di questo reduce così tormentato era quasi una storia che imponeva di essere raccontata, come se il personaggio richiedesse un’ultima sceneggiatura prima di ritrovare la pace. Una storia capace di raffigurare la grande impresa finale di questo ex soldato, per certi aspetti la più intensa e dura, non soltanto per una questione anagrafica ma anche – e soprattutto – per l’ambizione di far raggiungere a Rambo quella tranquillità d’animo che ha sempre ricercato. A capo di tale progetto si è trovato il regista Adrian Grunberg, già conosciuto come aiuto regista della serie Netflix Narcos e di numerose pellicole d’azione come Jarhead (Sam Mendes, 2005), Fuori Controllo (Martin Campbell, 2010) e soprattutto Man on Fire (Tony Scott, 2004) con Denzel Washington. Quest’ultimo film, in particolare, può essere identificato come il riferimento di Rambo: Last Blood, non soltanto per il genere revenge movie, ma piuttosto per quel senso di solitudine, silenzioso e opprimente, che attanaglia i protagonisti. Del resto, così come il John W. Creasy di Man on Fire ricerca lo scopo della sua vita nel salvataggio della piccola Lupita (interpretata da Dakota Fanning), anche Rambo rischia ogni certezza per ritrovare la sua nipote adottiva.

Analisi di Rambo: Last Blood

John lascia Bowie addentrandosi in un Messico appositamente raffigurato come un campo di battaglia, la precedente “casa” dell’ex Berretto Verde che il regista continua a ricordare nei primi minuti della pellicola. Dopo una pausa di undici anni dal precedente film John Rambo, Grunberg utilizza questa scelta registica (presente con alcune differenze anche in Rocky Balboa del 2006) per far calare lo spettatore nel mondo dell’ex soldato, ricomponendo con foto e cimeli le prime missioni e la fase post-Birmania, e sottolineando, ancora una volta, il dramma della vita del reduce ma anche le conquiste dell’ultimo periodo. Viene spontaneo comprendere che John è guarito solo superficialmente (la forestale che aiuta durante le alluvioni non stabilisce un saldo legame tra personaggio e comunità), conservando l’animo tormentato che scava continuamente nella mente, logorandolo nel fisico e spingendolo a costruire, al di sotto della fattoria, un intricato labirinto di cunicoli. Questo “mondo sotterraneo”, che tanto ricorda i corridoio utilizzati dai Viet Cong, è espressione visiva del tumulto interiore di un uomo che non ha mai superato le tragedie del passato. Uno scenario che rappresenta l’essenza di Rambo, incrementata dalla sofferenza inflitta per la non approvazione, la ricerca instancabile di una collocazione nella società che lo ha allontanato, spingendolo prima in Vietnam e poi in Thailandia.

In Rambo: Last Blood, a differenza di quello preannunciato all’inizio, John è più solo che mai, e questo per via di una tensione continuativa che scorre tra i personaggi e poi nella testa dell’ex Berretto Verde. La perdita di due persone all’inizio del film e il ritmo psichedelico di Five to One (1968) dei The Doors, delineano il corso della pellicola, sempre in fragile equilibrio tra un incombente dramma e un passato sconvolgente. La DSPT (disturbo da stress post-traumatico) di cui soffre John, evidenzia infatti quanto il reduce sia ancora legato al periodo trascorso in Vietnam e ai compagni che non è riuscito a trarre in salvo. La nuova tragedia che colpisce John, paragonabile alla perdita di Co Bao (Julia Nickson-Soul) in Rambo 2 – La vendetta (George Pan Cosmatos, 1985), toglie ogni freno all’ex soldato, deciso a sacrificare qualsiasi cosa pur di aiutare la nipote. Scelta che il regista e gli sceneggiatori, Matthew Cirulnick e Sylvester Stallone, decidono di percorrere nel modo più brutale possibile, inserendo Rambo in un quartiere di trafficanti che lo sfregiano, psicologicamente e fisicamente, con una violenza di rara intensità. In queste sequenze compare ancora una volta la solitudine di un personaggio che accetta le sfide con coraggio, resistendo alla paura attraverso i ricordi che dilagano nella sua mente: Rambo conosce il suo passato, le sfide che ha dovuto superare, e questo lo spinge prima a resistere e poi a controbattere ad ogni tipo di attacco o delusione. E di delusioni ce ne sono tante in Rambo: Last Blood, a cominciare dal comportamento di quella che Gabriela ritiene sua amica (la Gizelle interpretata da Fenessa Pineda), un tradimento che rimanda a quello rimediato dallo stesso John nel secondo capitolo della saga; oppure il terrore di certe ragazze che impedisce loro di tentare una fuga creata proprio dall’ex Berretto Verde.

L’unico soggetto positivo resta il personaggio di Paz Vega, una giornalista che riconosce “l’estraneità” di Rambo nel quartiere ed è pronta a prestargli i primi soccorsi. Ma la ridotta parte dell’attrice spagnola non basta a modificare l’orientamento del film, sempre indirizzato verso un combattimento uno contro tutti. Ed è questo che, per esempio, discosta tale lungometraggio dal riuscitissimo Rambo del 1982 diretto da Ted Kotcheff. In quella pellicola, come nelle successive (pur con delle differenze), si trattavano problemi sociali o legati a relazioni geopolitiche. Il difficile ritorno dei reduci del Vietnam nel primo capitolo; i prigionieri “dimenticati” in Rambo 2 – La vendetta; i Mujaheddin nel film del 1988 (regia di Peter MacDonald) e la problematica situazione in Birmania in John Rambo del 2008, rappresentano tutti dei temi sociali analizzati oltre al personaggio stesso. In Last Blood, invece, si evidenziano certamente alcune problematiche senza però entrare nello specifico, lasciando quindi una narrazione poco profonda per quanto riguarda i personaggi interpretati da Sergio Peris-Mencheta e Óscar Jaenada, esemplificata anche nello splatter che caratterizza alcune sequenze. Ma forse l’obiettivo di regista e sceneggiatori era proprio questo: ovvero evidenziare la già citata solitudine del personaggio, così tale da far restare in secondo piano il cartello dei fratelli Martinez, relegati quasi a mera scenografia. Perché come afferma lo stesso John, il ritorno a Bowie non si è mai tramutato in un reale ritorno a casa. E non è certo facile cambiare quando si vive col pensiero in qualche giungla vietnamita degli anni Settanta, ricercando il significato di parole come innocenza e bene. Il rammarico della produzione può essere proprio questo, ovvero non aver definito il ruolo di Stallone con una maggiore profondità psicologica, magari riducendo qualche scena action, ma incrementando l’interessantissimo rapporto tra Rambo e la sua nuova vita in Arizona.

Note positive

  • Il ritorno di una grande icona del cinema
  • Il montaggio di alcune sequenze
  • La sinergia tra Sylvester Stallone e Yvette Monreal

Note negative

  • Alcune scene con una declinazione eccessivamente splatter
  • La possibilità, non sfruttata, di realizzare la storia con una inclinazione più introspettiva