Quel che resta della mia rivoluzione: Scheda film

Titolo originale: Tout ce qu’il me reste de la révolution

Paese di produzione: Francia

Anno di produzione: 2019

Genere: Commedia

Distribuzione in Italia: Wanted Cinema

Regia: Judith Davis

Fotografia: E’mile Noblet

Scenografie: Aurore Casalis

Musiche: Marine Arrighi de Casanova, Patrick Sobelman

Sceneggiatura: Judith Davis, Cécil Vargaftig

Durata: 88 min.

CAST ARTISTICO

Judith Davis, Malik Zidi, Claire Dumas, Simon Bakhouche, Mélanie Bestel.

Quel che resta della mia rivoluzione: Recensione film

Quel che resta della mia rivoluzione è il film d’esordio alla regia dell’attrice francese Judith Davis. Distribuito da Wanted Cinema, uscirà nelle sale italiane il 16 aprile 2020.

Trama

Angéle vive e lavora a Parigi come urbanista. Nata e cresciuta in una famiglia di attivisti, fin da quando era bambina combatte contro la maledizione della sua generazione: l’essere nata troppo tardi, in un momento di crisi politica globale e non aver potuto conoscere e partecipare alla rivoluzione sociale in atto tra gli anni Sessanta e Settanta. I tentativi e la buona volontà della ragazza di cambiare il mondo con le sue idee non saranno sufficienti per vivere quella vita felice che tanto sogna e cerca.

Analisi Filmica

Angéle è una donna testarda e molto convinta delle sue idee. Il suo desiderio più grande che coltiva fin da quando era bambina, è quello di riuscire a cambiare il mondo con le sue idee, complici i genitori, convinti attivisti che hanno vissuto il Sessantotto in prima linea. Angéle quindi è cresciuta in un ambiente molto movimentato, politico e devoto alle proteste. Con il passare degli anni non è cambiata, anzi, i suoi valori si sono rinvigoriti e radicati nella sua mente; quello che invece ha subito importanti modifiche è il mondo in cui vive e che non sente suo, tanto da convincersi che se fosse nata all’epoca della rivoluzione sociale si sarebbe sentita al suo posto e con lei i suoi ideali.

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Angéle quindi guarda alla vita dall’unico punto di vista che conosce: quello politico, e ne è talmente sicura che inizia a conformare il mondo alle sue idee, accusandolo nel momento in cui le “trasgredisce”, di aver rovinato la sua generazione sfruttando i giovani. Comportandosi così, non si rende conto che, per funzionare, sono le idee a dover essere adattate al mondo circostante, per poi chiedersi se sia disposto ad ascoltarle e quindi accettarle. Ogni difficoltà diventa così occasione di protesta, a volte giustificata altre meno, per urlare al mondo i valori nei quali crede.

I genitori di Angéle sono la prova schiacciante di quanto siano anacronistiche le idee della figlia; se il padre è rimasto fedele alle sue idee, la madre ha capito che la famiglia, prima considerata “borghese”, qualcosa che “non poteva competere con la vita di un figlio”, è una certezza ed un punto di riferimento fondamentale nella vita di qualsiasi persona. Tenterà anche di riallacciare i rapporti con le figlie, ma il marito glielo impedirà, lasciando Angéle nella certezza di essere stata abbandonata. La mancanza di un nucleo famigliare solido è ben visibile quando la giovane donna, rivolgendosi ai componenti del suo movimento, chiede:

– “Di cosa siete certi nella vita?”.

– “Facci un esempio, Angéle”.

– “Io sono certa che acqua e gas che sono beni primari debbano essere pubblici e non privati”.

Cit. Angéle

Alla luce di questa affermazione capiamo che i punti di riferimento nella vita di Angéle sono ben altri, ma che sicuramente non possono competere con quelli “tradizionali”.

Angéle è una donna fragile e insicura, aspetti che vengono nascosti dalle maschere della sfrontatezza e dell’irriverenza. Lo si vede nel rapporto con Said:

-“ Pensavo non avessi paura a impegnarti”.

– “Io non ho paura a impegnarmi”.

– “E allora impegnati”.

Cit. Said

In questa scena di Quel che resta nella mia rivoluzione, il significato delle battute viene enfatizzato dal luogo in cui è stata girata: i due attori si trovano l’uno di fronte all’altra in piedi, separati dai binari del treno; nelle prime due battute sono ancora divisi, mentre quando Said pronuncia la terza, con un salto scavalca i binari e raggiunge Angéle. In questa sequenza vediamo crollare tutte quelle sicurezze che lei mette solamente nei momenti che ritiene più opportuni.

Quel che resta della mia rivoluzione film

Da un punto di vista tecnico invece, Judith Davis ha costruito una regia molto particolare, in alcuni casi non necessaria; un esempio è il l’uso della panoramica a schiaffo al posto del classico campo contro-campo ne dialogo tra due personaggi ancora quando, nel riprendere il soggetto che sta parlando, viene inquadrato insieme ad un altro personaggio, non coinvolto nel dialogo, e lasciato a destra o a sinistra della telecamera, mai al centro.  La fotografia invece, ha fatto un largo uso della luce diurna, generalmente quella solare tipica delle giornate limpide. Solamente un paio di sequenze sono state girate in notturna con l’utilizzo di una luce artificiale.

In conclusione, si può apprezzare l’integrità della ragazza, ma quello che risulta eccessivo è l’ostentazione ed il continuo ribadire i propri pensieri anche quando non lo è richiesto. È difficile anche seguire la successione degli eventi: manca una trama effettiva, come se fossero delle pagine di un diario messe in scena. La tematica trattata dal film è sicuramente molto interessante, ma al tempo stesso manca di chiarezza esplicativa.

Note positive

  • La scelta della tematica, nonostante non sia stata sviluppata al meglio
  • I costumi, spesso in armonia con l’ambientazione

Note negative

  • Assenza di una trama vera e propria (successione degli eventi)
  • Scelte registiche non sempre in linea con il genere di finzione scelto dalla regista