Jack Nicholson in Professione reporter

Professione Reporter: Sostituzione d’identità

Recensione del lungometraggio internazionale di Michelangelo Antonioni, Professore Reporter con Jack Nicholson
Professione Reporter locandina

Professione Reporter

Titolo originale: The Passenger

Anno: 1975

Paese: FranciaItalia, Stati Uniti d’America, Spagna

Genere: drammatico

Produzione Metro-Goldwyn-Mayer

Distribuzione: Cinema International Corporation

Durata: 119 minuti

Regia: Michelangelo Antonioni

Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Mark Peploe, Enrico Sannia

Fotografia:Luciano Tovoli

Montaggio: Michelangelo Antonioni, Franco Arcalli

Musiche: Ivan Vandor

Attori: Jack Nicholson, Maria Schneider, Steven Berkoff

Trailer americano di Professione Reporter

Trama di di Professione Reporter

David Locke è un giornalista di fama mondiale ma è piuttosto sazio e annoiato dalla sua stessa vita. Spedito come video – reporter in Africa per filmare dei ribelli, viene attratto da un uomo che non conosce e che risiede nell’albergo, unico luogo in cui l’ha visto. Un giorno questo entra nella camera dell’uomo e lo trova morto. Tra i due c’è una forte somiglianza e così il giornalista decide di cambiare vita sostituendosi al morto. Scambia i documenti e fotografie con i suoi e infine denuncia alla portineria e poi alla polizia la morte di David Locke, lui stesso, e assume l’identità di Robertson, che appare essere un semplice uomo d’affari. Gli recupera i biglietti d’aereo e le agende e comincia a entrare dentro questa nuova identità. La moglie non riesce a giustificare la morte improvvisa, morte strana, e inizia una sorta d’inseguimento a tra lo stesso Robertson e i suoi compari per i traffici d’armi ( il vero mestiere del deceduto)

Recensione di Professione Reporter

In questa quattordicesima pellicola del cineasta italiano sempre più internazionale rintracciamo una sovversione rispetto dei canoni del cinema classico. Anche gli attori sovvertono i canoni. Jack Nicholson si è formato all’Actors studio e ha una concezione diversa rispetto a quella che è la costruzione del personaggio, immedesimativa, che comporta alcuni tipi di esercizi. La sua recitazione in America è stata uno dei cunei di differenza dal cinema classico alla nuova Hollywood del cinema moderno. Una delle tecniche era quella di soffermarsi da parte dell’attore su dei particolari, creare il personaggio basandosi su intuizioni che doveva aiutarlo a farlo entrare nel personaggio. Antonioni mette in scena questo tipo d’immedesimazione, basando la storia sulla sostituzione dell’identità.

Incrocio fra” l’uomo che sapeva troppo” e Psyco, con la suspense dell’inseguimento. Noi non seguiamo in maniera così ricca di suspense questa fuga, ma queste due persone che stanno inseguendo gli appuntamenti di questa identità. La fine con la morte quasi improvvisa, in cui i trafficanti uccidono quello che per loro è Robertson. La storia ruota sulla volontà di entrare in un’altra persona, in cui assistiamo all’idea stessa dell’attore che va ad annullare la sua stessa identità per acquisirla una completamente nuova.

Questa sfida è0 accolta da Jack Nicholson e notiamo i piccoli particolari che prendono corpo sulla fisicità dell’attore, che maturano di minuto in minuto. Del trafficante vediamo solo dei brevi dialoghi in flashback. N/Locke è molto rigido nella sua postura, schiena dritta, spalle ben squadrate, modo di muoversi molto preciso, ma man mano che diventa Robertson queste rigidità vengono meno, e dopo poco il suo muoversi all’interno della città di Barcellona è già molto più libero, ingobbito, scomposto; è l’entrare dentro un’identità diversa, quindi un modo di comportarsi diverso da quello di partenza. Il trucco che utilizza l’attore per entrare in questo personaggio, è munirsi di baffi, anche se nessuno dei due aveva i baffi, ma quando lo vediamo tornare in Europa, a Monaco, l’uomo ha dei baffi, e questo piccolo particolare è molto vicino da quello degli insegnamenti dell’actors, trovare un particolare che distingua te dal personaggio, che quando utilizzi questo particolare riesci a entrare nel carattere narrativo. Lui se ne libererà, trucco posticcio dei baffi, trucco che serve per aiutare l’attore a entrare all’interno dei personaggi, postura che ritorna più rigida e con tic facciali quando ritorna Locke nei Flashback della moglie. Quando lui finalmente ha acquisito una nuova dimensione, si libera dei baffi attaccandoli su una lampada, muovendosi verso la Spagna per cercare di capire gli affari di colui in cui si è trasformato.

Un altro particolare che distingue i due è la camicia; Locke ha solo camicie a quadri all’inizio, mentre l’altro possiede solo camicie a tinta unita, quindi abbandonerà le camicie a quadri, mettendosi solo camicie a tinta unita. Questa trasformazione Antonioni la mette in scena grazie alla bravura attoriale di questo attore. Un’altra caratteristica fondamentale del film è la sublimazione della macchina da presa, all’interno della stanza d’albergo dove Nicholson si è appena disteso andare lentissimamente in una penultima inquadratura di sette minuti, avvicinandosi alla macchina da presa vicino a una finestra che ha un inferriata davanti, passa attraverso l’inferriata, poi un giro fatto in un’unica ripresa; un cerchio dentro la piazza che c’è davanti alla finestra, tornando in maniera opposta a guardare dentro la stanza, quasi contro – campo, e durante questo spostamento si sentono i rumori e gli spari e l’uccisione di Locke. Questa circolarità in cui vi sono dei soggetti che hanno una valenza diversa, la macchina dei trafficanti, la polizia, l’ex moglie che arriva, la ragazza, un vecchio, dei bambini, un cane, che hanno delle valenze diverse; empatica, partecipando all’azione, ma non apatica, non avendo nessuna funzione.

Questa deviazione dello sguardo, ribaltamento completo del punto di vista dall’interno all’esterno, un vero e proprio virtuosismo che per realizzarlo cinematograficamente sono serviti 11 giorni, volendo mettere la cinepresa su un binario montato sul soffitto che usciva dalla stanza. L’inferriata che si sarebbe aperta, ma alla fine questo binario si sarebbe agganciato a un gru alta più di 30 metri montata dietro la casa, e da lì fare questo giro per tornare davanti alla stanza, negando l’azione più importante del film della morte, che rimane di spalle alla cinepresa, e noi si può solo intuire. Non ci doveva essere vento, la macchina da presa non doveva oscillare, si realizza un qualcosa che oggi è semplice grazie al computer e al digitale, qui si tratta di pensare in maniera libera svicolando questi limiti della macchina, cercando delle soluzioni per questo tipo di movimento, di libertà.

Quest’ultima inquadratura è anticipata in tutto il film, la figura di questo sguardo che abbandona quello che dovrebbe seguire, per distrarsi, andando a riprendere un altrove (il détour), è un tipo di messinscena che Antonioni ci mostra costantemente in maniera regolare, per tutta la narrazione visiva E anche la semi soggettiva, e spesso e volentieri pensiamo di entrare nella soggettiva del protagonista, ma non è così, perché il protagonista entra in campo e quella non era la soggettiva, era una falsa soggettiva.

All’interno di Professione Reporter rintracciamo molte scene che servono per far spiazzare lo spettatore, chiedendoci: chi stava guardando?.

La crisi che mette in scena Antonioni anche in Blow-up, la crisi del personaggio, viene messa in crisi il fatto che un immagine ci porta a una verità. Lui si dissolve nel prato come se le sue certezze si dissolvono. Messa in crisi dello sguardo come possibilità di verità. La sostituzione del personaggio inserisce il protagonista all’interno di un tunnel che è nuovamente la dissoluzione di se steso, la nuova identità lo porta in un contesto di cui non capisce quasi nulla, non la sa gestire, tanto che anche lui, in maniera ancora più sottile e formalmente più completa rispetto alla dissolvenza incrociata per cui svanisce il protagonista di Blow-Up, con un piano sequenza immenso che lo porta fuori campo, e poi accade l’omicidio (sentiamo degli spari). Ma era già morto quando la mdp l’aveva abbandonato dalla stanza. In tutti e due i film il protagonista è un uomo, e sono sempre le figure maschili, che hanno la perdita di se.

Per 1/3 del film siamo nel deserto, che per certi versi è la negazione del paesaggio, magma indistinto, anche difficile da riprendere, perché è vuoto, quindi complesso da riprendere da un punto di vista cinematografico. Dal punto di vista visivo e del dialogo tanti sono i rimandi al paesaggio. C’è anche una deviazione che porta la macchina da preso a un quadro dove all’interno ci sia un paesaggio, anche in Blow-Up entra nel negozio dell’antiquariato per cercare quadri di paesaggi, il vecchio dice che non ci sono, ma in realtà ne viene inquadrato uno.

Note positive

  • Attore
  • Regia
  • Scena finale

Note negative

  • A tratti il film risulta eccessivamente lento

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