Olma Djon

Olma Djon: la mela e i balli tribali

Olma Djon locandina

Olma Djon

Anno: 2019

Paese di Produzione: Francia, Kazakhistan

Genere: drammatico

Durata: 1h 12m

Regia: Victoria Yakubov

Sceneggiatura: Victoria Yakubov

Montaggio: Hervé Schneid

Fotografia: Iskander Narymbetov

Attori: Natasha Mashkevich, Aziz Beyshenaliev, Amirkhan Assenov, Azat Nurtay, Muratbek Aubakirov

Trailer del film Olma Djon

Trama di Olma Djon

Nelle campagne ghiacciate e fredde del Kazakistan, in una piccola casa immersa nella natura c’è una famiglia composta da Bolot, sua moglie e la loro bambina, Sholpan. Tra di loro ci sono degli enormi problemi di comunicazione tanto che le loro giornate, sopratutto da parte della madre, trascorrono nella monotonia e nell’apatia. L’unico a provare nel creare una sana comunicazione tra i tre è l’uomo che cerca in tutti in modi di far breccia e nel trovare un contatto verbale con la propria figlia che si rifiuta totalmente di aprirsi con il padre e con la madre, la quale trascorre tutte le sue giornate cucinando.

Le loro vite ben presto saranno sconvolte quando al di là di una recinzione, in un campo innevato di alberi secchi nasce una prima mela e poi molte altre, insieme a queste farà la comparsa una misteriosa donna zingara che sembra possedere dei poteri sovrannaturali.

Recensione di Olma Djon

La cineasta Victoria Yakubov, dopo aver realizzato il cortometraggio Menin kazynam, realizza il suo primo lungometraggio cinematografico Olma Djon che ha partecipato nel 2019 al Torino Underground. Grazie a Mymovies e all’organizzazione del festival torinese questa opera prima è stata proiettata in streaming gratuitamente al tempo del coronavirus donando a questa piccola pellicola, come a Occidente, una possibilità di essere visto in Italia avendo ottenuto, essendo un film altamente di nicchia e d’autore, una scarsa e quasi nulla distribuzione cinematografica.

Lo sviluppo di Olden Djon

La regista kazaka realizza questa pellicola cinematografica dopo essere ritornata nel suo paese nativo dopo venticinque anni. Victoria Yakubov ha vissuto parte della sua infanzia in Israele, mentre per svolgere il suo percorso di studi sul cinema si è trasferita in Francia. Il suo ritorno all’origine è un elemento importante per comprendere a pieno questo a tinte familiari sulla riscoperta dell’altro e del proprio io interiore.

Per caso (anche se non credo nel caso), sono tornato in patria dopo 25 anni e ho scoperto che la mia terra non mi ha mai dimenticato. Mi è successo qualcosa d’incredibile, ho trovato il mio vero io. L’idea di Olma Djon è nata in seguito a questa riconciliazione. Il film racconta la storia del ritrovare le nostre radici. Noi siamo come alberi e se vogliamo che i nostri rami crescano più in alto nel cielo e ci diano frutti, dobbiamo andare più in profondità sulla terra e prenderci cura delle nostre radici.

Victoria Yakubov

Analisi di Olden Djon

Dal punto di vista drammaturgico Olden Djon risulta essere poca cosa, sopratutto se viene analizzato razionalmente dallo spettatore poiché possiede una trama semplice basata su problematiche familiari non sviluppate o spiegate durante il minutaggio e tutto ciò che succede all’interno dell’opera appare un grande deus ex machina, in cui non sono tanto i protagonisti ad agire ma è uno spirito, un entità che fa in modo di portare due componenti della famiglia, Bolot e la propria moglie, al contatto con il loro più primitivo inconscio in un loro viaggio personale e intimo per riportare in galla la loro felicità e comunicabilità perduta da troppo tempo in vite alquanto apatiche. Il film è da assaporare emotivamente e attraverso l’inconscio lasciandoci trasportare da questo viaggio ipnotico, tribale e magico che riporta l’uomo al contatto con le proprie radici da un punto di vista generazionale e naturale/ambientalista.

Olden Djon è una storia dal forte sapore visionario mostrando incredibili e meravigliosi panorami innevati che assumono all’interno una preziosa componente favolistica magica, supportata da una intensa colonna sonora tra il romantico e il tribale, soprattutto nelle scene notturne in cui il giardino al di là della staccionata appare un luogo magico e incantato. Questo luogo possiede in sè il senso della metafora umana che deve cercarsi di abbandonare alla mente razionale, mostrata nel cortile della casa, scavalcando il confine, ovvero il luogo che separa la casa dal giardino fatato, ricercando un contatto più puro e onesto con noi stessi e con l’amore. Per realizzare tutto ciò l’autrice ha deciso di dare un minimo spazio ai dialoghi se non per alcune brevi frasi, dal sapore molto cristiano, e una stupenda ninna nanna cantata spesso all’interno dell’opera. La regia inoltre assume in alcuni momenti uno stile alquanto particolare che si addice bene in quei momenti maggiormente frenetici e spirituali come la scena del ballo rituale che compie la madre della piccola bambina in cui, sotto un ritmo frenetico e tribale, vediamo varie inquadrature ripetersi sempre uguali a se stesse, incrementando quel senso di straniamento e di mistero. Curiosa anche la differenza utilizzata per mostrare il mondo reale e quello dell’inconscio, se il primo viene mostrato con le classiche barre nere sopra e sotto al frame la parte più favolistica possiede un diverso aspect ratio riempiendo totalmente lo schermo. Interessante inoltre il gioco visivo realizzato attraverso l’uso degli specchi nella costruzione dell’inquadratura.

Il tema pur apparendo alla fine dell’opera abbastanza semplice mostra vari elementi alquanto misteriosi e di difficile comprensione, sopratutto nell’ottica religiosa con vari richiami artistici e di composizione visiva ai vari dipinti della madonna con bambino, visibili anche nell’ultima inquadratura, inoltre la mela rossa non può non richiamare la storia di Adama ed Eva, i primi uomini che hanno disobbedito a Dio, in questo senso il film riguardo la scena finale potrebbe assumere un nuovo senso più oscuro sopratutto se scrutiamo il cambiamento esteriore della moglie dell’uomo. Fotograficamente, registicamente e nel montaggio Olma Djon è interessante peccato che la sceneggiatura non lo sia rimanendo alquanto insulsa sopratutto nei suoi personaggi non approfonditi e non in grado di agire tanto che alla fine della visione il cambiamento della figliola sembra quasi incomprensibile, non avendo lei stessa svolto un reale percorso e senza che i suoi genitori mostrassero tra loro un vero rinnovamente esteriore.

Note positive

  • Fotografia
  • Regia
  • Tematica

Note negative

  • Sceneggiatura
  • Evoluzione dei personaggi

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