Lapsis set movie

Noah Hutton parla del suo film “Lapsis” al Trieste Science+Fiction Festival

Dichiarazioni del regista Noah Hutton sul suo primo lungometraggio non documentaristico Lapsis prensentato in italia al Trieste Science + Fiction Festival. La storia si svolge in un presente parallelo trattando della lotta di classe al tempo della gig economy. Ray dovrà scegliere se aiutare i suoi colleghi o fare i soldi e filarsela.

Come si è arrivati a scegliere il protagonista di Lapsis Dean Imperial o se era già coinvolto fin dall’inizio oppure è stata un aggiunta in un secondo tempo?

L’incontro con Dean (Ray nel film) è stato del tutto fortuito. Dean faceva parte di un collettivo attoriale e alle sue spalle aveva solo un cortometraggio, infatti Lapsis è stato il suo debutto cinematografico in un lungometraggio ed è divenuto immediatamente la mia Musa. Per di più Dean è un personaggio molto tra le righe e un individuo sedentario non avendo mai fatto lunghe camminate, quindi con questo suo background personale sedentario risultava perfetto per la parte di Ray che arranca mentre fa il cablatore in mezzo alla foresta risulta molto credibile. Inoltre l’attore mi è stato d’aiuto anche per i dialoghi visto che è anche uno scrittore.

Qual è stata la genesi della mitologia alla base del film e se sono presenti dei riferimenti cinematografici a film come il Progetto Dharma di Lost?

Si è presente l’omaggio a Lost che è stato senza dubbio una delle mie influenze per la creazione di alcune scene di Lapsis, mi sono ispirato sopratutto per la creazione del video tutorial interno al film Essere John Malkovich. Creare questo mondo dietro questa mitologia è stato anche un po’ frustrante perché volevamo mettere dentro così tante cose e abbiamo realizzato così tanti video tutorial che alla fine non abbiamo potuto inserire tutto all’interno della narrazione, probabilmente abbiamo esagerato.

Il film pur essendo di stampo futuristico possiede costumi e scenografie molto legate alla realtà, come mai è stata scelta questa dicotomia?

Il film è futuristico ma l’impianto è molto realistico. Non è un film ambientato nel futuro, ma ho voluto fare un film ambientato in un presente alternativo, anche perché la maggior parte delle tecnologie che vediamo nella storia sono già presenti.Il computer Quantum esiste già, in versione sperimentale ma so già che per creare una rete di quantum computer sempre più forti ci sarà il bisogno di cablare il più possibile le città. Quindi ci stiamo arrivando al livello di tecnologia presente e comunque per dare maggior risalto a questo ho voluto dare più che un aspetto futuristico, un aspetto retro futuristico. Anche se pensiamo sia un presente alternativo le tecnologie che vediamo sono tutte abbastanza vintage; i robottini sono creazioni tipiche degli anni ’90 così come i display, infatti non sono presenti touch screen avanzatissimi.Tutto è in una sorta di grafica pixellata 8 bit e questo perchè non volevo che qualsiasi componente di futurismo distraesse da quello che era il mio nodo narrativo centrale, ovvero un film sul precariato.

Come è stata la lavorazione della colonna sonora?

Il processo per creare la colonna sonora è stato molto più laborioso di quanto non si creda, poichè è nata durante il montaggio e ho cercato di trasformarla in uno strumento di narrazione. Per comporla è servito un mese e gli ho dato due toni molto diversi, la prima parte del film è tutta incentrata sulla vita urbana di Rey, un personaggio rimasto un po’ indietro nel tempo per quanto riguarda la tecnologia, gli ho voluto dare una musica che fosse più aderente al personaggio con degli standard musicali del vecchio Jazz, poi ovviamente quando Ray viene proiettato nel mondo del cablatore la colonna sonora diventa più minacciosa.

Lapsis è una critica sociale ben marcata, il finale però risulta piuttosto aperto che potrebbe dare un messaggio di speranza al pubblico, sei d’accordo?

La situazione che analizzo in maniera molto critica è la digitalizzazione del mondo. Internet era la grande promessa che doveva unire il mondo invece ha solamente diviso in piccole micro – comunità, ognuno con le sue richieste e desideri. Però ritengo che sia l’azione collettiva l’unica maniera per risollevare le sorti della società. Certo una forma di azione collettiva più efficace è lo sciopero però andiamo anche verso nuove forme di protesta collettiva che spero siano sempre più diffuse. Il messaggio non è puramente di speranza perché nel finale nonostante che i cablatori hanno avuto la loro vittoria temporanea e hanno ottenuto maggiori diritti c’è sempre quella famiglia borghese che continua sempre a ricaricare i robot. Quindi il vero cambiamento ci sarà solo quando i ceti sociali più benestanti capiranno e lotteranno per i diritti dei più deboli.

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