Murmur recensione film

Murmur (2019): Il bisogno di dipendenza contro la solitudine

Murmur locandina film

Murmur

Titolo originale: Murmur

Anno: 2019

Paese: Canada

Genere: Drammatico

Durata: 1 hr 24 min 

Regia: Heather Young

Sceneggiatura: Heather Young

Fotografia: Jeffery Wheaton

Montaggio: Heather Young

Musiche: Sarah DeCourcy

Attori: Andria Edwards, Shan MacDonald

Trailer del film Murmur

Trama di Murmur

Donna è una persona sola, dipendente dall’alcool, sopratutto dal vino, che ha allontanato tutti e tutto da lei, sopratutto la propria figlia che non vuole più saperne della madre tanto da non leggere e rispondere più alle sue chiamate e messaggi, causando così nella vita di Donna un enorme vuote interiore che solo il bere sembra riuscire a riempire.

La sua dipendenza però gli ha causato un arresto che la costringe a prendersi cura di se stessa attraverso una terapia psicologica e dei corsi riabilitatavi e sopratutto grazie a un servizio comunitario obbligatorio da tenersi all’interno di un ricovero per animali, qui Donna farà la conoscenza di un anziano cane che deve assere abbattuto ma affezionandosi all’animale decide di prenderselo e di portarselo a casa.

Recensione di Murmur

Presentato in anteprima mondiale al Toronto Internation Film Festival del 2019, dove è risultato vincitore del premio FIPRESCI, Murmur è stato selezionato per partecipare, come lungometraggio in concorso, al Lucca Film Festival 2020 trovando così la possibilità di essere mostrato anche al pubblico italiano.

Opera prima della filmmaker canadese, Murmur si mostra come un film semplice nel suo costrutto registico con lunghe inquadrature statiche che vanno a descrivere perfettamente quel senso d’immobilismo e quella non evoluzione interiore all’interno della quotidianità della solitudine e della sofferenza di Donna. Lo stile adottato da Heather Young dona alla storia una connotazione realistica della crudezza della vita sfruttando un approccio minimale nella composizione visiva e sceneggiativa tanto che la cineasta si dimostra abile scrittrice di emozioni semplici e crude.

Il modus operandi con cui la storia è stata racconta si confonde dentro il genere documentaristico – realistico tanto che l’attrice stessa non sembra interpretare un ruolo prestabilito e dire battute scritte da altri, anzi sembra quasi che Shan MacDonald, attrice non professionista alla sua prima esperienza cinematografica, rappresenti se stessa attingendo a una interpretazione perfetta e prettamente naturalistica. Tale concetto di naturalismo traspare da ogni singolo frammento del film, assenza di musica ma solo rumore di sfondo, pochezza dialogica, e scenografie minimali e rari cambiamenti di location ( a causa di un basso budget) e una fotografia immobile e che ha ben poco d’irreale ma che mostra perfettamente la sporca realtà di Donna, su cui la macchina da presa si sofferma esclusivamente. Lo stile documentaristico traspare evidente nelle riprese sugli animali, come la scena del parto di un cane e dei visi espressivi dei migliori amici dell’uomo.

Il problema interno alla storia risulta il ritmo, eccessivamente lento, e nella mancanza di un midpoint reale e funzionale, infatti benché il punto di rottura arriva, questo è situato troppo avanti nell’arco narrativo causando un’eccessiva monotonia nella parte centrale che sembra ripetersi continuamente appesantendo troppo la storia, che seppur descrive bene il sentimento della protagonista si appiattisce fin troppo per tutto il secondo atto e causando un finale piuttosto prevedibile che lascia un po deluso il pubblico.

La solitudine di Donna

Dalla prima inquadratura la regista si concentra su Donna, attraverso un inquadrature molto particolare e simbolica in cui il volto stesso del personaggio appare deformato. Lei è da sola, nel suo appartamento a fumare una sigaretta elettronica e a bere del vino, che va ad aprire con il martello, mostrando tutta la dipendenza della protagonista. Bevendo prende in mano il telefono e scrive alla figlia e lo spettatore può tranquillamente accorgersi che la giovane non risponde mai alla madre che dunque è stata abbandonata. Donna guarda la stanza silente senza un briciolo di felicità nel volto.

Fin dall’incipit la storia si mostra in maniera evidente sul tema della dipendenza nella vita della protagonista che sembra potersi solo trasformare e divenire qualcos’altro. La sua solitudine trova un inebreazione di felicità nell’alcool, ma se lei deve smettere di bere cosa deve fare?

La risposta data dalla regista – sceneggiatrice nell’arco della storia è cruda e realistica, mostrando come l’essere umano se non supera i propri traumi emotivi va a crearsi delle dipendenze pericolose, così Donna per non sentire l’assenza della figlia e del bisogno di bere, trova in un cane anziano e in fin di vita l’ultima ragione per sopravvivere, buttando in quel semplice animale tutto il suo affetto e il suo calore. Da questo momento gli animali diverranno il suo modus per curare le ferrite riempiendo tutta la sua piccola dimora di gatti e cani, che sembrano essere gli unici in grado di fargli compagnia e di dargli amore e felicità. Ma questa è veramente felicità?

Note positive

  • L’interpretazione di Shan MacDonald
  • Scenografia
  • Sonoro
  • Fotografia
  • Regia

Note Negative

  • Problemi nel secondo atto narrativo

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