Mank (2020) fincher recensione film

Mank (2020): Ode al cinema e alla sceneggiatura

Mank (2020) locandina del film netflx ufficiale

Mank

Titolo originale: Mank

Anno: 2020

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Biografico

Produzione: Netflix

Distribuzione: Netflix

Durata: 131 min

Regia: David Fincher

Sceneggiatura: Jack Fincher

Fotografia: Erik Messerschmidt

Montaggio: Kirk Baxter

Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross

Attori: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke, Joseph Cross, Ferdinand Kingsley, Jamie McShane, Toby Leonard Moore, Monika Gossmann, Charles Dance

Trailer Italiano di Mank

Trama di Mank

Nel 1940, a 24 anni, Orson Welles fu attirato a Holywood da una RKO in difficoltà con un contratto adatto al suo talento di narratore. Gli fu data autonomia creativa assoluta, senza alcuna supervisione. Avrebbe potuto girare qualsiasi film su qualunque argomento avvalendosi di collaboratori di sua scelta

Didascalie iniziali di Manl

Due macchine nere si recano, su una strada desertica e sabbiosa, in Victorville, precisamente nel North Verde Ranch. Siamo nel 1940 e all’oscuro dal mondo sta per nascere una sceneggiatura che andrà a riscrivere concettualmente il mondo di pensare e di scrivere per il cinema; stiamo parlando della più bella pellicola della storia del cinema, come dichiara l’American Film Institute, ovvero Quarto Potere.

Uno sceneggiatore alcolizzato con una gamba rotta, con evidenti problemi di salute, Herman J. Mankiewicz, viene ingaggiato da un giovane regista di 24 anni, Orson Welles, che deve realizzare per la RKO ben tre pellicole cinematografiche avendo però totale autonomia sulla storia e sul montaggio finale, dimostrandosi come il primo autore libero della storia del cinema (almeno su carta stampata). Mentre Welles si trova a preparare il suo primo lungometraggio Cuore di Tenebra, tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Conrad, che però non verrà mai girato, decide di far rinchiudere il suo sceneggiatore Mankiewicz all’interno del suo ranch privato, qui l’uomo non avrà nessuna distrazione, dal gioco d’azzardo all’alcool e viene costantemente tenuto sott’occhio dalla fisioterapista Fräulein Freda, anche amica dello scrittore, e dalla dura Rita Alexander, incaricata da Welles stesso, di trascrivere la sceneggiatura sulla macchina da scrivere, oltre di aiutare l’uomo a scrivere.

Herman J. Mankiewicz, famoso per I signori preferiscono le bionde del ’28, ha solo sessanta giorni di tempo per andare a scrivere la prima bozza di una sceneggiatura per Orson Welles, da questa unione nascerà Quarto Potere.

Lily Collins as Rita Alexander e Gary Oldman as Herman Mankiewicz in Mank
Lily Collins as Rita Alexander e Gary Oldman as Herman Mankiewicz in Mank

Recensione di Mank

Cos’è che dice lo scrittore? “Racconta la storia che conosci”

Mank

Fincher, dopo l’enorme delusione per la serie poliziesca incentrata sulla mente dei serial killer, Mindhunter, non rinnovata per una terza stagione da parte del colosso Netflix, ecco che nel 2020 realizza un suo sogno personale grazie proprio a quella casa di produzione che come aveva fatto in precedenza con Roma e The Irishman dimostra di saper anche puntare sul grande cinema d’autore e di avere, avvolte, quel coraggio che moltissime major films studios non possiedono. Così Mank, nato dalla penna del padre del cineasta Jack Fincher, un appassionato di cinema ma non uno sceneggiatore bensì giornalista, che propose al figlio questo script nei lontani anni ’90. Da quella data il giovane Fincher cercò in tutti i modi una produttore che credesse nel progetto ma ciò risulto invano e solo nel 2020, grazie a Netflix, oggi abbiamo la possibilità di vedere questo cult del cinema moderno con il rimpianto che lo sceneggiatore – giornalista Jack non avrà mai l’onere di vedere il suo capolavoro di scrittura realizzato sul piccolo/grande schermo, essendo scomparso nel 2003.

Mank è un ritratto crudo, vero e romantico del mondo della Hollywood degli anni ’30 – 40, di quel ecosistema che tanto ha reso importante il cinema nel mondo intero tra le sue innumerevoli contraddizioni interne: la ricerca di donare sogni ed emozioni al pubblico e quella sua natura economica tanto interessata al rientro del dio denaro che trasforma tutto e tutti in esseri superflui utili nella loro idee solo se riescono a portare incassi nelle tasche dei produttori. Il lungometraggio volendo mostrare in toto il mondo della cinematografia classica non rinnega nemmeno l’elemento politico che si fonda dentro i cinegiornali dell’epoca che divengono dei veri e propri studi di manipolazione propagandistica in cui i produttori vedranno una possibilità di vantaggio politico ed economico, facendo girare fasulli cinegiornali ai registi, bisognosi di soldi. Questo elemento andrà a creare una delle scene più crude e forti dell’interno film, dove assistiamo alla vittoria nella notte dell’elezione della California di Merriam, del partito repubblicano, a discapito di Sinclair, di quello democratico. Questo evento porterà un regista di un cinegiornale “fasullo” al suicidio ritenendosi colpevole di questo evento e della perdita di Sinclair.

Il lungometraggio del 2020 che attraversa la vita dello sceneggiatore di Quarto Potere, punta anche il dito contro la non memoria cinematografica e l’invidia e la cattiveria dei propri colleghi di lavoro che da amici possono divenire in un batter d’occhio dei potenti nemici. Questa è ciò che succederà a Herman J. Mankiewicz, detto Mank, fatto fuori dal mondo del cinema dopo aver realizzato la sua miglior sceneggiatura della propria carriera, a causa della sua natura non tradizionalista e canonica dei tempi.

Gary Oldman as Herman Mankiewicz e Amanda Seyfried as Marion Davies in Mank
Gary Oldman as Herman Mankiewicz e Amanda Seyfried as Marion Davies in Mank

Un romantico omaggio al cinema e allo sceneggiatore Mank

Mank, il grande sceneggiatore, oscurato dall’ombre dell’icona misteriosa del cinema Orson Welles, risulta il vero artefice del successo di Quarto Potere e il duo Fincher con questa pellicola volevano rendere omaggio a questo autore di storie che solo per fini contrattuali è stato costretto a inserire il nome del giovane e “farabutto” ( in questo caso) Welles, che non ha mai partecipata minimamente alla stesura della sceneggiatura del film ma che risulta una narrazione intima e personale di Herman J. Mankiewicz, dove elementi della sua vita e delle sue esperienze entrano come elemento fondante del lungometraggio del 1941 e che vinse solo un oscar, quello come miglior sceneggiatura originale. Non a caso all’interno di questa pellicola facciamo la conoscenza di Marion Davies, attrice del cinema forse amore segreto dello sceneggiatore, oppure di suo marito imprenditore e giornalista William Randolph Hearst, su cui sembra che la storia di Quarto Potere prenda spunti e si basi, quasi come se fosse una sua biografia.

Il lungometraggio di Fincher riprende in maniera importante e preponderante, all’interno della sua costruzione narrativa e di sviluppo narrativo, spunto da Quarto Potere facendo suo l’elemento primario della storia, ovvero l’impossibilità di andare a narrare l’esistenza di una persona all’interno di due ore e l’impossibilità stessa di comprendere realmente anche all’interno di una vita un essere umano che rimane un mistero per il resto del mondo e forse anche per lui. Non a caso Mank dirà: Non si può cogliere l’intera vita di un uomo in sole due ore. Puoi solo dare l’impressione di averlo fatto.

E’ un groviglio di frammenti che rimbalzano nel tempo come fagioli salterini messicani

Mank

Non seguiamo la storia attraverso una lunga linea retta che parte da un momento storico e procede linearmente ma la sceneggiatura preferisce fare variazioni e mostrare al pubblico il protagonista attraverso spezzoni di vita, così abbiamo un tempo presente dove è intento a scrivere la sua sceneggiatura per Orson e poi abbiamo i frammenti del tempo passato, dove lo spettatore viene avvolto da alcuni istanti di vita dell’uomo Mankiewicz, dagli anni ’30 fino al 1941 dove vincerà l’oscar come miglior sceneggiatore. Il tutto è sorretto da una sceneggiatura regina che pur non approfondendo nessun personaggio secondario riesce a creare degli ottimi caratteri narrativi tridimensionali, soprattutto il personaggio di Marion Davies, supportati da dei dialoghi quasi alla tarantino, logorroici e pieni di eventi e fatti andando a parlare di miliardi di argomenti vari che viaggiano dalla politica alla filosofia terminando nel cinema e nei discorsi di ripicche tra le varie major cinematografiche. Indubbiamente non risulta facile seguire il tutto rendendo l’opera in maniera evidente per i puri cinefili che riescono a riconoscere quei personaggi dell’epoca classica del cinema all’interno della pellicola, gli altri spettatori potrebbero trovare noiosi e di difficile comprensione tali discorsi ed eventi, faticando dunque a seguire la storia che ha bisogno di numerose visioni per essere capita appieno. Mank è un film sul cinema e per cinefili, non per tutti, tale elemento è denotato anche dal font di scrittura adottato nel lungometraggio che richiama sia nel lessico tecnico, sia nel carattere quello usato nelle sceneggiature. Sapere che questo film possiede una sceneggiatura da Premio Oscar non può che portare alto l’onore di Herman J. Mankiewicz, lo sceneggiatore dimenticato da Hollywood.

Per la regia e la messa in scena il cineasta richiama lo stile cinematografico anni ’40, come notiamo dalla fotografia in bianco e nero che richiama, seppur con meno talento, l’impressionismo usato da Welles sopratutto attraverso alcune riprese sul protagonista ma non dimostra quella forza fotografia del film del 1941 mancando di quelle scene memorabili che hanno reso Quarto Potere un capolavoro. Lo stile registico dunque è quello classico dei classici hollywoodiani con inquadrature statiche e un montaggio che scandisce bene ogni sequenza e scena narrativa in maniera autoriale ma con un approccio didascalico. Il tutto possiede una musica che trasmette bene il senso di quel tempo e di quel mondo cinematografico con accenni sonori ironici che vanno ad aumentare l’ironia interna alla storia e sfumature quasi hitchcockiani con melodie che trasmettono pathos.

Se volessimo essere cattivi possiamo solo fare una breve critica al regista e allo sceneggiatore: il film possiede poca emozionalità ma per giusta causa va detto che la pellicola possiede sempre quel gusto di umanità tra il politico e l’esistenzialismo possedendo quel fascino del cinema classico ma il tutto non possiede quell’emozione che il protagonista trasmette solo a tratti allo spettatore. Per il resto non rimane che applaudire Jack Fincher per aver creato una signora sceneggiatura, di ottima fattura come il cinema non vedeva da tantissimo tempo.

Note positive

  • Sceneggiatura
  • Regia, seppur classica risulta funzionante alla storia
  • Descrizione degli anni’30-40
  • Prova attoriale di Gary Oldman
  • Ironia cruda resa grazie alla sceneggiatura e alla musica

Note negativo

  • Si poteva essere più emozionali
  • Doppiaggio Italiano non all’altezza, consigliata la visione in lingua originale

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