Serghey Pokhodaev in Leviathan (2014)

Leviathan: un inno poetico allo scorrere del tempo

Recensione di Leviathan (2014), quarto lungometraggio del regista russo Andrei Zvjagincev candidato all'Oscar come Miglior Film di Lingua Straniera.

Leviathan

Titolo Originale: Leviafan

Anno: 2014

Paese di Produzione: Russia

Genere: Drammatico

Produzione: Non-Stop Productions, A Company Russia, Fond Kino, RuArts Foundation, Russian Ministry of Culture

Distribuzione: Academy Two

Durata: 140′

Regia: Andrei Zvjagincev

Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrei Zvjagincev

Montaggio: Anna Mass

Dop (fotografia): Michail Krichman

Musica: Andrei Dergachev, Philip Glass

Attori: Aleksei Serebrjakov, Elena Ljadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madjanov, Anna Ukolova, Aleksey Rozin, Sergej Pokhodaev

Trailer italiano del film Leviathan

Recensione di Leviathan

Era l’ormai lontano 2003. Il regista Andrei Zvjagincev, nato 39 anni prima nella sovietica Novosibirsk, debuttava dietro la macchina da presa conquistando il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo esordio Il ritorno (Vozvrashchenie). Da allora, un nuovo astro è entrato a far parte del firmamento del grande cinema internazionale. E un nuovo colore, il blu Zvjagincev, è stato aggiunto alla tavolozza della fotografia cinematografica.

È proprio con uno splendido esempio di questa nuova tonalità, una patina di cobalto tenue e uniforme sovrapposto a ogni inquadratura, che si apre Leviathan (Leviafan, 2014), quarto lungometraggio di Zvjagincev e vincitore di prestigiosi premi quali Miglior Sceneggiatura a Cannes, Miglior Film di Lingua Straniera ai Golden Globe, e la candidatura all’Oscar per il Miglior Film Straniero.

Trama di Leviathan

Il paesaggio della fittizia cittadina di Pribrezhny, piccolo centro abitato sul Mare di Barents, all’estremo Nord-Ovest del gigante russo, sfila davanti alla macchina da presa in enormi, placidissimi campi lunghi. Le uniche presenze: dimenticati relitti di imbarcazioni e i resti ossei di qualche balena spiaggiatasi sulla costa della baia. Poi vediamo un uomo uscire da una casa. Quell’uomo è Kolja (Aleksey Serebryakov), e Leviathan è la sua storia. O, meglio, un’eterna storia che sembra ripetersi da tempi immemorabili a lato di quelle acque.

Zvjagincev, infatti, mette Kolja, la moglie Lilija (Elena Lyadova), e il figlio Roman (Sergey Pokhodaev) contro tutti in un’epopea popolare di opposizione al sistema di corruzione Stato-Chiesa che, questa appare l’accusa di Zvjagincev, tiene Paese e istituzioni in una morsa di ghiaccio.

Nessuno è irraggiungibile.

Dimitri in Leviathan (2014)

Aiutati da Dimitri, amico di leva di Kolja (Vladimir Vdovichenkov), ora avvocato, protagonista e famiglia tenteranno di far valere le proprie ragioni e incastrare a loro volta il sindaco-despota Vadim (Roman Madyanov), il quale ha ordinato l’esproprio d’ufficio del terreno su cui sorge la casa di Kolja a fini immobiliari.

Tra grandi bevute prima di sedersi in auto e gite domenicali passate a sparare in campagna, la squadra Kolja-Dimitri sembra essere pronta a giocare delle ottime carte nella partita contro il potere. Quando però si verificano circostanze inaspettate e Kolja perde il controllo, tutti gli sforzi fatti rischiano di essere vanificati.

Analisi di Leviathan

A schermaglia finita, come ci mostra il regista, l’unica cosa che rimarrà delle passioni e delle azioni che hanno composto la trama sarà solamente lo sciabordio delle onde che si infrangono contro le rocce della baia, dove lo scheletro di balena ancora resiste e sempre resisterà, muto custode senza tempo di eventi che paiono destinati a ripetersi eternamente, a intervalli ciclici. Ci sarà sempre un agitarsi di sentimenti umani. Ci sarà sempre una battaglia ingaggiata in nome di quei rivolgimenti dell’animo.

Ma alla fine, ci sussurra Zvjagincev da dietro il suo blu cobalto, la memoria dei fatti che furono si scioglierà nell’austero e taciturno paesaggio russo. Come tramanda la lezione dell’antenato illustre Andreij Tarkovskij, il passato è una questione di luoghi, e di silenzi. Di spiritualità comunicate attraverso la sobria intensità dei colori della pellicola. Pur non essendoci esplicite dichiarazioni di Zvjagincev circa l’influenza esercitata su di lui da Tarkovskij, si direbbe che l’allievo indiretto abbia imparato, pur anche per osmosi, la lezione del maestro.

Occhio che sa sia stare fermo che affrontare impavido le sfida del montaggio, Zvjagincev mette così in scena una piccola, immane tragedia della quotidianità per mettere alla berlina tanto l’(in)comunicabilità interpersonale quanto il muro kafkiano – fatale, e imperscrutabile – dell’autorità istituzionale.

Un canto di accorato, ma compassionevole, dolore per quei buffi esseri bipedi che vanno in giro credendosi invincibili, e che, invece, come ricorda il poeta Eugenio Montale, verranno prima o poi annichiliti dall’eterna temporalità del mare. Dai suoi infaticabili flussi e riflussi. Dalla sua comprensione muta e malinconica. Da quell’aria di cobalto che aleggia su tutta la Russia e che spande nell’aria la storia di Kolja, di Roman, di Lilija; quella di Dimitri e di Vadim. Di tutti quelli che hanno calcato quelle sponde e di tutti quelli che ancora le calcheranno.

Note positive

  • Tecnica di regia
  • Fotografia
  • Caratterizzazione dei personaggi
  • Sceneggiatura

Note negative

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