Last and first men

Last and First Men: voci dal futuro più remoto

Last and First Men locandina film 2020

Last and First Men

Titolo originale: Last and First Men

Anno: 2017

Genere: fantascienza

Produzione: Zik Zak Filmworks, Zik Zak Kvikmyndir

Distribuzione: Anticipate Pictures

Durata: 1h 10min 

Regia: Jóhann Jóhannsson

Sceneggiatura: Olaf Stapledon, Jóhann Jóhannsson, José Enrique Macián

Fotografia: Sturla Brandth, Grøvlen

Montaggio: Mark Bukdahl

Musiche: Yair Elazar Glotman, Jóhann Jóhannsson

Attori: Tilda Swinton

Trailer di The Last and First Men

Nel 1930, il filosofo Olaf Stapledon, pubblica il libro “The Last and First Men“; titolo fantascientifico che segnerà profondamente l’immaginario del genere.
Questo film del 2017 trae spunto dal libro per raccontare l’inizio e la fine di una nuova umanità, anzi, umanità molteplici.
Sfortunatamente, l’anno successivo, muore il regista nella sua casa a Berlino per overdose.
Il talento di Jóhann Jóhannsson si esprime partendo dalla musica in diverse forme, dai gruppi di elettronica sperimentale come gli Evil Madness alla colonna sonora di La teoria del tutto (2014) che gli è valso il Golden Globe per la migliore colonna sonora originale.

Trama di Last and First Men

Da duecento milioni anni nel futuro giunge a noi, nel presente, un messaggio inimmaginabile. La più evoluta versione della razza umana è pronta all’annientamento a causa dell’incombente esplosione del sole, in una catastrofe ampiamente naturale e non causata dall’essere umano. Gli uomini del domani reagiscono disseminando l’umanità nello spazio come un vero e proprio virus e decidono di comunicare col presente cercando di guidare l’umanità verso importanti verità e alla ricerca di uno spirito di sopravvivenza per combattere la morte fino alla fine.

Recensione: Last and First Men

L’opera è di un minimalismo estremo, forse eccessivo per uno spettatore impreparato. “Dalla trama sembra fantascienza, non vedo l’ora di vedere raggi laser e razze aliene combattere usando tecnologie avanzatissime.” Potrebbe dire chi come me adora film come Arrival o Ghost in the Shell. Mi dispiace, ma qui siamo su un piano completamente differente da quello a cui siamo abituati. Jóhannsson è un artista sperimentale, cerca di sfruttare idee innovative e strade alternative per arrivare a toccare il nostro immaginario e ci riesce in modo eccellente tramite quest’opera.

Last and First men ci presenta una serie d’inquadrature degli Spomeniki (“monumenti” in lingua Serbo-croata), ovvero sculture di stampo brutalista costruite tra il 1950 e il 1990 nei paesi della Ex-Jugoslavia, accompagnate dalla voce di Tilda Swinton che narra le vicende dell’umanità nel futuro di due miliardi di anni. Le proporzioni di questo lasso di tempo sono difficili da comprendere, servirà tutta la narrazione successiva per coglierne la vastità. Conosceremo la storia di queste civiltà, così diverse da noi per le loro vite e la loro conformazione ma simili negli aspetti più profondi della loro natura.

Last and First Men: voci dal futuro più remoto 1
Complesso monumentale commemorativo della battaglia di Sutjeska nella Valle degli Eroi

La colonna sonora ricopre un ruolo fondamentale nell’accompagnamento di questa pellicola, grazie al lavoro di Johàn Johànsson in collaborazione con Yair Elazar Glotman che crea l’atmosfera di mistero e inquietudine necessaria quando si narra una storia dalle proporzioni sublimi, distante nel tempo e nello spazio.

La storia segue un climax ascendente di proporzioni cosmiche.
Le vicende che la voce riporta direttamente allo spettatore assumono col passare dei minuti e delle viste degli spomeniki dimensioni sempre maggiori. Ci sono umani la cui esistenza è determinata dal ciclo vitale delle stelle, vivono adolescenze secolari e sono virtualmente immortali.
Uno degli obiettivi del film è di rimuovere mano a mano i confini del nostro immaginario, trasportandoci in luoghi dalle distanze incalcolabili con il semplice potere della suggestione.
La colonna sonora ricopre un ruolo fondamentale, grazie alla collaborazione del regista con Yair Elazar Glotman che crea l’atmosfera di mistero e inquietudine necessaria quando si narra una storia dalle proporzioni sublimi, distante nel tempo e nello spazio.
Jòhann Jòhannson era un musicista talentuoso, conosceva bene il linguaggio di quell’arte, così implicita e diretta al tempo stesso. Del resto, la musica è solo un ammontare di note organizzato secondo regole e volontà di un esecutore, giusto?
Egli decide di inventare nuove regole mescolando le arti; racconto fantascientifico, recitazione, cinema, musica, fotografia e scultura in un’unica opera.

Dopo una tale descrizione verrebbe facile chiedersi se l’operazione di Jòhannson risulti eccessivamente pretenziosa. All’inizio, uno spettatore che sceglie di vedere Last and First Men senza saperne molto, potrebbe rimanere spaesato, senza i riferimenti classici del cinema a cui siamo abituati. Ma è sufficiente un pizzico di interesse a conoscere un linguaggio differente per capire il senso dell’opera e goderne senza difficoltà.
Le allegorie sono chiare, l’architettura della trama è abbastanza semplice, l’unica richiesta del film è di ascoltare la voce evocativa di Tilda Swinton che compie un lavoro eccezionale, quindi nulla di sgradevole, anzi.

Un parere molto personale su
Last and First Men

Non ricordo di aver visto film altrettanto minimali, con una colonna sonora che sembra provenire da un cimitero futuristico e suggestiva al punto da indurre una sensazione di sconforto nei punti salienti del racconto.
Di sicuro, dopo questa visione, cercherò di recuperare altri film che comunicano in modo simile e spero che possa avvicinare anche voi ad un cinema che ha solo la nomea di “complesso”.
Last and First Men è in realtà molto definito e diretto, in grado di suscitare in noi fruitori delle sensazioni complesse con uno stile raffinato senza cadere nel didascalismo e nell’aggressività dei media a cui siamo abituati.

C’è una scena in questa visione (sia in senso filmico che immaginativo) che ho trovato molto coinvolgente.
Si tratta del punto in cui appare la stella rossa, Sole del futuro oppure del nostro sistema solare, non lo possiamo sapere. Il modo in cui viene messo in scena è qualcosa di geniale e terrificante al tempo stesso. Per diversi secondi ci troviamo in uno spazio quasi totalmente bianco, privo di elementi chiaramente riconoscibili, se non per alcuni alberi come cornici laterali. Si intravede appena una struttura impossibile da delineare chiaramente, una coltre di nebbia bianca come la neve ci impedisce di mettere a fuoco, le nostre orecchie vengono carezzate da Jòhannson in modo subliminale stimolandoci ad acuire la vista, nel tentativo di comprendere che cosa rappresenta quella figura che continuiamo a vedere e non vedere. In questo procedimento non ci sentiamo al sicuro, la narrazione della Swinton, il climax musicale e questo bianco ci inducono a una piccola paranoia, sentiamo la necessità di capire che cosa ci aspetta oltre la cortina diafana per tornare alla nostra realtà. Fuggiamo dentro lo schermo, verso l’ignoto, rinunciamo alla nostra incredulità spinti dall’istinto di capire e riconoscere qualcosa che sappiamo potrebbe rappresentare un altro spomenik oppure una lieta risoluzione, o un inganno.
Io ci sono cascato, ed è stato fantastico.

Note positive:

  • Fotografia
  • Colonna sonora
  • Adattamento dei testi presi dal libro

Note negative:

  • Di difficile divulgazione




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