L’amore, la crudeltà, la miseria: semplicemente Dramma

La vita in ogni sua conformazione e qualsiasi arte o idea creata dalla mente umana è eterogenea: tutto ciò che esiste in questo universo da noi conosciuto è costituito da una enorme gamma di variazioni, da quelle macro a quelle micro. Basti pensare che era sufficiente che un insignificante, all’apparenza, valore chimico non fosse stato esattamente così, che noi Uomini potevamo non esistere.

Tutto ciò che noi produciamo,dalla scienza all’arte letteraria, è intrinseca di differenze: a volte non è semplice rintracciare il filo conduttore. Nel cinema, ma prima di questo nella letteratura, esistono i generi che hanno tra di loro notevoli differenze ( basti esaminare un Thriller e uno drammatico). Questi due generi sono diversissimi, ma se dal calderone bollente delle miriadi di produzioni cinematografiche estraiamo Eyes Wide Shut del maestro Kubrick troviamo alcuni critici che lo definiscono una pellicola drammatica erotica, mentre io lo definisco più un thriller sui generis quindi un erotic Thriller film.

 

Da questa settimana e per un mesetto e mezzo usciranno sull’Occhio del Cineasta articoli sui generi del mondo del cinema: cercherò di riportare i mie pensieri, le sue caratteristiche e qualche breve dettaglio sul primo film di genere e qualche curioso studio sul perché guardiamo ad es. una commedia. Tale rubrica ha inizio con il Dramma.

Il drammatico è indubbiamente quel genere che riesce ad abbracciare la maggior parte del prodotto cinematografico e a coinvolgere una gran quantità di pubblico. Mi è sempre frullato per la testa che il Dramma è considerato da molti il Re del genere, il migliore di tutti: questa idea si è fatta sempre più spazio nella mia mente poiché raramente ho visto vincere l’oscar ad ottimi film Horror, comici, fantastici (escludendo il signore degli anelli) o fantascientifici; sembra che l’opinione pubblica consideri solo come ottimo livello cinematografico quelle pellicole che narrano grandi storie tragiche.

Uno dei probabili motivi del grande successo del genere è la sua caratteristica fondamentale, ovvero portare sul grande schermo narrazioni con un personaggio centrale con un forte segno psicologico inserito in una vicenda fortemente carica di emozione: spesso e volentieri una buona fetta di pubblico si commuove durante il film, dandosi a sentimenti di tristezza; in fondo è difficile rimanere impassibili davanti a racconti di vicende reali o di bellissime storie d’amore finite male, o a tutti quei film dove hanno come protagonisti bambini in condizioni disagiate.

Lo spettatore, solo quando il film è buono, si identifica sempre con un personaggio della storia, quasi sempre con quello centrale, provando tutte le emozioni del protagonista, passando così da funzione passiva a funzione attiva; in quei momenti di commozione viene a rompersi la quarta barriera, inconsciamente lo spettatore non riconosce più la vicenda narrata come favola, ma accetta come reale ciò che vede, provando pena e paura per il personaggio narrato.

Tutti i generi emozionano, ma mentre una risata svanisce alla fine della visione, quelle storie crude e spietate restano più vivide nella mente del pubblico, ed è questo che rende così speciale il genere, che se fatto bene entra nel cuore della gente.

Ma perché andiamo al cinema per vedere queste storie, perché vogliamo piangere davanti ad uno schermo?

Una ricerca dell’Ohio State University afferma che la visione di un film triste riesce a rendere la nostra vita più positiva, poiché all’uscita del film ( in alcuni casi) possiamo dire << Come sono fortunato!>>. La nostra esistenza prima considerata misera e triste viene rivisitata, per un tempo breve,  attraverso una visione positiva.

«Sembra un paradosso ma non lo è. Quella che sembra un’esperienza negativa può rendere le persone più felici, portando l’attenzione sugli aspetti positivi della propria quotidianità. Un esempio? Le storie tragiche spesso si concentrano sul tema dell’amore eterno, enfasi che porta gli spettatori a pensare ai propri cari in maniera più ottimista» afferma Silvia Knobloch-Westerwick, autrice principale dello studio.

“L’esperimento” effettuato ha coinvolto 361 studenti che hanno assistito ad una visione ridotta del film Espiazione, che narra di una sfortuna storia d’amore. Il risultato finale è stato che durante la visione della pellicola è aumentata la tristezza, portandoli a riconsiderare le relazioni importanti della propria vita.

Il cinema drammatico è nato insieme al cinema, tanto che la prima opera di tale genere è del 1889, di Georges Melies: Giovanna D’arco, dalla durata di 10 minuti. Tale corto è abbastanza noioso.

Ecco a voi la mia personale top 16:

Stefano Del Giudice

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