La vita che volevamo

La vita che volevamo, o il frutto di un’impossibilità

Trailer ufficiale de La vita che volevamo sub eng

Trama de La vita che volevamo

Alice (Lavinia Wilson) e Niklas (Elyas M’Barek) sono una coppia di giovani sposi. Fedelissimi e innamoratissimi, soffrono tuttavia della mancanza di un figlio, che nonostante gli svariati tentativi, continua a non arrivare. Date le condizioni di forte stress e pressione psicologica derivati dalla frustrazione di non poter essere genitori, i due si concedono un meritato momento di relax in un verde e naturale resort in Sardegna. Qui faranno ben presto la conoscenza dei loro vicini, coppia di austriaci anch’essi, che insieme ai due figli si presentano come la fotografia di una famiglia perfetta; ciononostante non è tutto oro quel che luccica e, prima ancora di poterlo immaginare, la vacanza da sogno di Alice e Niklas si trasformerà nell’ennesimo scenario di frustrazione e mancanza di agio tra i due.

Recensione de La vita che volevamo

Questa grande scommessa dalla firma austriaca, pare sia il biglietto da visita della nazione per la categoria di Miglior Film Straniero per gli Oscar 2021; tuttavia, la posta in gioco potrebbe non essere abbastanza alta, e le carte in regola per concorrere a un tale titolo bisogna indagarle con attenzione. Chiariamoci, il prodotto finale non è da buttare, altrimenti non ci sarebbero nemmeno i presupposti minimi per poter pensare di presentare il progetto al cospetto dell’Academy. Cerchiamo di capire nel dettaglio.

Primo aspetto tecnico che, senza eccessivi complimenti, rende comunque il prodotto finale gradevole e meritevole di lode, è una regia ben presente ed equilibrata. Seppur priva di virtuosismi della macchina da presa e inquadrature curiosamente particolari, la resa generale risulta pulita ed essenzialmente asciutta, il che va a riprendere quella “classicità” cinematografica usata in contrapposizione a quell’artificiosità adottata sempre più su larga scala nelle attuali produzioni. Peculiare in questo senso è la scelta di impostare la narrazione su due livelli costantemente sovrapposti. Tale la duplicità narrativa si esplica tramite il suono, nello specifico con la sovrapposizione dei dialoghi dei due protagonisti che dominano in primo piano la scena anche e soprattutto a livello visivo, e la presenza più in lontananza in sottofondo dei dialoghi dei personaggi secondari che si inseriscono nella cornice primaria; più banalmente, molto spesso lo spettatore si trova ad osservare sullo schermo Alice e Niklas, mentre sente distintamente in sottofondo i loro vicini conversare in tutta tranquillità. Ne consegue una sorta di split screen che in senso proprio frammenta l’azione  in più segmenti sulla base visiva, mentre in questo caso l’espediente utilizzato è di carattere uditivo. La Kofler ha optato per un modo di fare cinema piuttosto minimalista, incentrato sui micro-movimenti degli attori stessi; i modelli interpretativi dei due, nella loro estrema sottigliezza, assumono carattere incisivo – pur restando discreti -, quanto lo sarebbe stata una scena a drammatica più impegnativa. La stessa scelta nelle linee attoriali però, rischia, ed è quello che effettivamente succede, di trasformarsi in un’arma a doppio taglio: a discapito della bravura e della presenza scenica degli attori, la recitazione in sé risulta in qualche modo sottotono rispetto ad una tensione emotiva più naturalistica, andando a determinare, aggiungendosi ad una sceneggiatura ahimè debole e troppo poco maneggiata, un ritmo pressoché poco incalzante almeno per la prima ora di pellicola (per un totale di un’ora e mezza!), ottenendo come risultato una scarsa attenzione nello spettatore il quale continua a seguire una storia che con non pochi tentennamenti fa fatica ad ingranare.

La resa tecnica, intervallata dalle sopraelencate defezioni, ne va a compromettere la resa generale di un prodotto che, maneggiato in maniera diversa, ne sarebbe potuto uscire come un qualcosa di somigliante a un Marriage story di Noah Baumbach, per temi e impostazione drammaturgica. La vita che volevamo è infatti impregnato di una quotidianità disarmante, è una storia più comune che rara e. Maestria degli apparati tecnico-artistici, pertanto, si sarebbe realizzata nell’abilità di raccontare una storia ordinaria in modo straordinario, con qualche accortezza in più nello sviluppo dell’intimità dei personaggi.

Per chiudere, La vita che volevamo è, banalmente, il frutto di un’impossibilità che si esplica nella mancanza di dialogo e comunicazione, dando vita a un prodotto finale estetico-narrativo connotato dalla presenza di silenzi e introspettive che giocano, a tratti in maniera eccessiva, con le aspettative dello spettatore. Il finale aperto, optato dalla Kofler nella sua prima regia, lascia lo stesso punto interrogativo scaturito dalla domanda che molti si stanno ponendo:  La vita che volevamo, in un modo o nell’altro, riuscirà ad arrivare alla meta tanto ambita degli Oscar 2021?

Note positive:

  • Regia ben equilibrata
  • Interpretazioni attoriali
  • Tematica generale

Note negative:

  • Ritmo poco incalzante
  • Sceneggiatura debole
  • Intimità dei personaggi poco approfondita

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