Una scena della serie

La regina degli scacchi (2020): storia di un talento americano

Locandina regina scacchi

La regina degli scacchi

Titolo originale: The Queen’s Gambit

Anno: 2020

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Genere: drammatico

Durata: 46-67 minuti (a episodio)

Produzione: Netflix

Produttore: Marcus Loges, Mick Aniceto

Distribuzione: Netflix

Regista: Scott Frank

Sceneggiatura: Scott Frank

Fotografia: Steven Meizler

Colonna sonora: Carlos Rafael Rivera

Attori: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster

Trailer in lingua italiana de La regina degli scacchi

Trama de La regina degli scacchi

Elizabeth “Beth” Harmon (Anya Taylor-Joy) è una bambina di otto anni sopravvissuta a un incidente stradale in cui perde tragicamente la madre. Orfana, viene accolta in un istituto per ragazze: qui conosce il custode, Mister Shaibel (Bill Camp), il quale le insegna il gioco degli scacchi; Beth si dimostra essere non solo una bambina molto intelligente, ma anche un vero enfant prodige, tanto da essere presentata a un club liceale di scacchi. Tuttavia, nell’orfanotrofio non solo impara a essere un’abile scacchista; bensì, inizia la sua dipendenza per gli psicofarmaci somministrati dall’istituto alle bambine per mantenerle calme. In seguito, Beth viene adottata da una coppia borghese: fuori dall’orfanotrofio inizierà a dare prova del suo immenso talento iniziando a partecipare a tornei di scacchi e a battere avversario dopo avversario, aspirando al titolo di regina degli scacchi, seppur dilaniata dalla dipendenza dall’alcol.

Recensione de La regina degli scacchi

In onda dal 23 ottobre 2020 sulla piattaforma Netflix, La regina degli scacchi è una miniserie in sette puntate scritta da Scott Frank e Allan Scott, basata sull’omonimo romanzo di Walter Tavis del 1983. Una proposta che coniuga una freschezza narrativa e un tema alquanto demodé nella contemporaneità, ossia, il gioco degli scacchi: un connubio che, tuttavia, si dimostra essere assolutamente vincente. Sette episodi fra i 46 e i 67 minuti di durata, perfettamente equilibrati e privi di stalli nella narrazione, la cui assenza permette alla miniserie di mantenere un ritmo decisamente sostenuto che non arreca noia allo spettatore. Netflix centra nuovamente il bersaglio, mandando in onda la storia sorprendentemente vera di Elisabeth Harmor, regina degli scacchi in costante lotta con la dipendenza da alcol e psicofarmaci, quest’ultima indotta dall’orfanotrofio in cui entra dopo la morte della madre, affetta da disturbi psichici nonostante una brillante carriera accademica.

Forse in virtù di una chiara aderenza con la vicenda effettiva, il regista e co-sceneggiatore della serie Scott Frank sceglie una narrazione lineare e semplice: la prima puntata, nello specifico, si apre con la protagonista ventiduenne a Parigi, negli attimi precedenti un’importante partita; successivamente, l’anticipazione viene interrotta e si ritorna al momento chiave dell’incidente, in cui la piccola protagonista si ritrova orfana e viene accolta dall’istituto per bambine. Da quel momento, la logica narrativa scorre serenamente nel corso delle sette puntate e solamente in brevi attimi viene interrotta; una scelta che farebbe virare La regina degli scacchi sulla rotta del documentario puro. Tuttavia, Scott Frank svia nuovamente il rischio di tale didattismo costruendo egregiamente la storia di Beth, caratterizzata dall’ossessione per il gioco degli scacchi, la presenza di personaggi determinanti per la sua carriera, la dipendenza da alcol e psicofarmaci. Ogni elemento citato ben si armonizza, in tal senso, con il contesto socio-culturale entro cui si sviluppa l’esistenza di Beth Harmor, ossia, il passaggio dal perbenismo degli anni Cinquanta alla rivoluzione generazionale della fine sei Sessanta; una metamorfosi ben dipinta mediante un’impeccabile scenografia, un’attenzione sorprendente per la scelta dei costumi, del trucco e delle acconciature, un’importante colonna sonora infarcita di pezzi cult come Venus dei Shocking Blue.

A tenere ben salde le redini della narrazione, l’attrice Anya Taylor-Joy nei panni di Beth Harmor, interprete magnetica che ben trasmette l’idea di ossessione costante verso gli scacchi; qualche mancanza, invece, è legata alla trasmissione del forte elemento della dipendenza alcolica, forse eccessivamente sclerotizzato dall’attrice che, ciononostante, fornisce un’ottima prestazione per tutta la durata della miniserie. Pari meriti vanno all’intero cast che perfettamente si armonizza non solo con lo spirito degli scacchi ma anche con l’epoca in cui le vicende si sviluppano. Tuttavia, è necessario evidenziare l’attenzione a urgenze sociali apertamente trattate da Scott Frank. Fra tutte, la parità di genere inneggiata dal costante confronto fra Beth e i suoi avversari (incontrerà solo una donna nella sua carriera da scacchista), irrimediabilmente sconfitti dal giovane talento americano; inoltre, la questione afroamericana, incarnata del bel personaggio di Jolene interpretato da un’energica Moses Ingram, che da orfana diviene un’attivista per i diritti degli afroamericani. Ma anche la sottile condanna alla società americana borghese sortisce da questa sfaccettata miserie targata Netflix, un chiaro messaggio ai vizi e alle nevrosi di un popolo individualista e inglobato nel meccanismo del capitalismo, marca in forte opposizione con la Russia comunista che Beth dovrà fronteggiare.

La regina degli scacchi è allora un ottimo prodotto della categoria miniserie in streaming, apprezzabile sia da appassionati del gioco al centro delle vicende, sia da coloro che vogliano restare totalmente affascinati dalla destrezza e dall’eleganza dei giocatori che, muovendo le pedine sulla scacchiera, mostrano i caratteri e i meccanismi di uno dei giochi più antichi del mondo.

Note positive

  • L’attenzione ai temi sociali dell’epoca della narrazione
  • L’interpretazione della protagonista
  • La ricostruzione storica resa mediante la cauta scelta della scenografia, dei costumi, del trucco e degli aspetti culturali
  • La corretta trattazione degli scacchi aperta a conoscitori o meno del gioco

Note negative

  • La linearità spesso troppo banale della narrazione

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