La casa di carta (2017)

Titolo originale: La casa de papel

Anno: 2017

Paese: Spagna

Lingua: Spagnola

Genere: crime, drammatico

Puntate: 15 (70 minuti)

Casa di Produzione: Antenna 3

Ideata: Álex Pina

Cast:

Úrsula Corberó

Itziar Ituño

Álvaro Morte

Paco Tous

Pedro Alonso

Alba Flores

Miguel Herrán

Jaime Lorente

Enrique Arce

” Ti hanno insegnato a distinguere tra buoni e cattivi, ma quello che stiamo facendo noi ti sembra giusto se a farlo sono degli altri. Nel 2011 la Banca Centrale Europea ha creato dal nulla 171.000 milioni di euro. Dal nulla. La stessa cosa che stiamo facendo noi, solo più in grande. 185.000 milioni nel 2012, 145.000 milioni di euro nel 2013. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Nelle banche. Direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha forse detto che alla banca centrale Europea ci fossero dei ladri? L’hanno chiamata immissione di liquidità e li hanno creati dal nulla, Raquel, dal nulla. ”

– cit. La casa di carta-

Il professore va a prendere una banconota di 50 euro e gliela mostra.

“Che cos’è questa? Questa non è niente, Raquel, questa è carta. E’ carta, vedi? E’ carta. Io sto facendo un immissione di liquidià, ma non in una banca, la sto facendo qui…nell’economia reale, di questo gruppo di sciagurati, perché è quello che siamo… per evadere da questa vita. Tu non vuoi evadere?

-cit. La casa di carta –

Il denaro non fa di certo la felicità. Sono altre le cose che contano nella vita di un essere umano: la libertà, l’uguaglianza, l’amore, l’affetto dell’altre persone, il sentirsi parte di un gruppo, anche se questo è composto da un branco di disperati e di rapinatori con cui condividiamo il solito obbiettivo e la solita lotta sociale.

All’origine della storia umana ci siamo uniti in gruppi, abbiamo costruito dei piccoli paesi fino ad unirsi in enormi metropoli in cui dovrebbe essere quasi impossibile sentirsi realmente soli. Abbiamo i social che si permettono di rimanere in contatto con il mondo e con gli altri seppure in maniera virtuale.

Ripeto: i soldi non fanno la felicità in un mondo sano, ma in un mondo come il nostro senza le banconote non hai niente, neanche il diritto di vivere in mezzo alle persone e di farti accettare.

L’uomo ha creato una società che una volta non esisteva perché questa è solo una forma di pensiero che dà semplice astrazione e divenuta realtà. Ciò che significa? Che può essere distrutta e che nel futuro avremo un altra forma di società che creerà un tipo differente di essere umano.

La società che noi creiamo modifica il nostro modo di ragionare fin da quando siamo dei bambini e noi leggiamo il mondo circostante attraverso questo paraocchi che non rappresenta la verità assoluta, ma solo un pensiero divenuto realtà.

I soldi allora cosa sono? Semplici pezzi di carta che hanno acquisito un importanza quasi divina nella nostra creazione del mondo. I soldi creano i legami tra gli individui e regolano le nostre vite. Senza soldi non esiste la felicità.

Noi li abbiamo creati e li abbiamo trasformati in un entità superiore come se fossero un Dio. Tutto quello che facciamo, dalla scelta degli studi fino alla scelta del lavoro, è avere più soldi possibili. Le nostre vite ruotano intorno a lui.

Ma se si fermiamo un attimo a pensare, non notiamo che tutto questo è ridicolo?

Ogni stato ha un edificio chiamato zecca di stato che ha lo scopo di stampare monete e banconote e allora, mi domando, perché sentiamo continuamente affermare che c’è la crisi? Perché vediamo la povertà? Perché vediamo che esistono guerra in suo nome?

Non  è ridicolo, se pensiamo che questi non sono altro che pezzi di carta che uno stato può decidere di stampare quando vuole?

Tutto questo è eternamente triste, che uno strumento che noi abbiamo creato decida e conti così tanto per le nostre stesse vite.

Non sarebbe meglio distruggere questo modello sociale in cui sono dei pezzi di “papel” a gestire le nostre vite?

Trama

Un individuo misterioso, chiamato il Professore (Alvaro Morte), recluta un gruppo di rapinatori che non hanno niente in comune eccetto una caratteristiche: non hanno nulla da perdere.

Il professore, per cinque mesi in una villa, nelle campagne di Toleido, insegna agli otto delinquenti il suo piano per entrare dentro la zecca di stato spagnola e per uscire da questa con 2400 milioni di euro, senza rubarli realmente, ma creandoli dal nulla. Per farlo devono trascorrere più tempo possibile dentro la zecca di stato con i poliziotti alle calcagna.

“Vivremo qui, via dalla pazza folla, cinque mesi. Cinque mesi che passeremo a studiare a come portare a termine il colpo. […] Guarda, la gente passa anni a studiare per avere uno stipendio che, nei migliori dei casi, sarà sempre uno stipendio di merda. Cosa sono cinque mesi? Io penso a questa cosa da moltissimo tempo, per non dover più lavorare e neanche voi.”

-cit. La casa di carta –

Il Professore gli insegnerà con prendere Tempo.

Per fare ciò è fondamentale rispettare delle regole:

” Al momento non vi conoscete e non sono permessi nomi, né domande personali, né relazioni personali”

-cit. La casa di carta –

Ognuno di loro assume un nome in codice, derivato da una città: Denver, Mosca, Berlino, Tokio, Rio, Nairobi, Oslo, Helsinki

Altra regola fondamentale è non uccidere nessuno, per un semplice motivo: l’opinione pubblica deve stare dalla loro parte e se per caso uccidono un essere umano dà “rivoluzionari” diventano carnefici.

Tutta la vicenda è narrata attraverso al voce narrante di Tokio (Úrsula Corberó).

Opinione

Quindici puntate che raccontano le vicende di questa banda di criminali che non vengono mai, nemmeno per un attimo, visti dal pubblico come i cattivi di turno. Loro sono i nostri rivoluzionari che cantano ininterrottamente l’inno partigiano italiano “O Bella Ciao” con una carica umana incredibile. Nessuno di loro è perfetto ma nessuno di loro è realmente cattivo, a partire dal Professore che sembra tutto eccetto che un criminale. E’ la vita che li ha messi difronte a scelte sbagliate e lo spettatore non può che non provare empatia per questi individui, imperfetti ma buoni.

Loro sono i nostri partigiani che ricercano una via di fuga da un mondo che li ha distrutti, che cercano un modo ripartire da capo senza far del male a nessuno.

Allo stesso modo la polizia non  appare cosi buona, sopratutto quella incarnata dagli agenti speciali, tanto da essere vista sempre e solo come i veri cattivi che mettono a rischio il piano quasi perfetto del professore. Solo il tenente Raquel Murillo appare tridimensionale e degno di compassione da parte del pubblico che ad un certo punto della trama proverà empatia verso quel personaggio stretto da una morsa che la sta stritolando sempre più.

Gli ostaggi inizialmente ci fanno pietà, sono i veri buoni che si trovano a scontrarsi con una realtà ha loro ignota.  Non è possibile non chiedersi: “Cosa farei a loro posto?”.  

Arturo Roman (Enrique Arce), il direttore della zecca, incarna in maniera perfetta il ruolo della vittima della storia e del vero ostaggio di una rapina. Lui non si arrende mai, vuole e prova a tutti i costi a scappare senza successo seppur riuscendo a creare grossi problemi al gruppo di rapinatori. Alla fine però, Arturo, incomincia a diventare, al pubblico, da simpatico ad insopportabile. Dopo i numerosi fallimenti continua a tentare di danneggiare i banditi mettendo sempre più in difficoltà i suoi stessi compagni di disavventura. Alla fine il suo personaggio è diventato odioso come quello di Alison Parker, figlia di un politico, che probabilmente è l’unico personaggio mal sviluppato da parte degli sceneggiatori, il suo arco di trasformazione è lieve e non la porta da nessuna parte.

Per tutta la durata della mini-serie assistiamo ad una partita a scacchi tra il professore e la polizia, piena di corpi di scena e di tensione. Una partita che metterà a rischio il piano del professore stesso.

All’intero della zecca assistiamo alla semi-distruzione del piano, che ad ogni puntata sembra sempre più imperfetto. Tutti i rapinatori, a partire da Tokio ( la testa calda del gruppo) e da Berlino ( il leader dittatoriale) creano un grande conflitto interno alla storia. L’ansia nelle puntate sale e la tensione tra gli otto diviene sempre più alta tanto da avere più e più volte confronti con le pistole in pugno.

Il tutto si viene narrato con dei salti del tempo: durante la rapina torniamo più e più volte alle vicende nella villa di Toleido, alle lezioni del professore e ai rapporti pre-rapina tra i personaggi, che mostrano al pubblico la loro vera natura. Azzeccato l’aver tenuto il Professore fuori dalla zecca di stato e di averlo utilizzato come escamotage per insabbiare le varie piste della polizia.

La casa di carta non è solo una storia di rapina ma è soprattutto un racconto di umanità, di imperfezioni umani e d’amore. L’Amore entra con la A maiuscola all’interno della storia: alla fine dove troviamo la vera felicità se non nell’Amore?

Il finale

La serie mi ha entusiasmato ma il finale mi ha lasciato un attimo di amaro in bocca, per la sua banalità. Non vorrei dire, ma forse il finale è giunto un po’ troppo presto, gli sceneggiatori potevano approfondire meglio i personaggi che avevano ancora tanti aspetti da mostrare al pubblico, essendo molto interessanti.

Il rapporto amoroso tra il Professore e la poliziotta si è concluso in maniera un po’ assurda, non tanto per come è finito ma perché l’arco di trasformazione dell’ispettore Raquel è stato troppo repentino da essere fin poco credibile.

Altra stonatura è il tunnel tra il bunker del professore e la zecca: questo è troppo breve. La polizia per giungere lì ci ha messo un botto di tempo mentre loro in cinque minuti erano già dall’altra parte, quindi il luogo era accanto alla zecca. Grosso errore.

Mi sarebbe piaciuto di più che anche il professore dovesse rinchiudersi dentro la zecca e che il loro aspetto rivoluzionario alla Robin Hood venisse un pò fuori alla fine, invece sono diventati i classici ladri, mentre le idee del Professore erano molto più rivoluzionarie all’inizio

Note positiv
  • La sceneggiatura e le regie
  • La tensione creata
  • Alla fine non sappiamo più chi sono i buoni e i cattivi.
  • La scena in cui cantano “O bella ciao”
Note negative
  • il finale
  • Il personaggio di Alison Parker a cui è data importanza all’inizio e che poi è diventata una dei tanti ostaggi.
  • La non tridimensionalità di vari personaggi, alcuni di loro vengono caraterizzati in maniera sempliciotà avendo poca variazione nel corso della storia.
  • Il continuo bisogni di scappare del direttore della zecca quando ha visto con i suoi occhi che i rapinatori non sono malvagi.
  • Alcune battute da Telenovela che stonano con il prodotto.
  • Non trovo un senso, al di fuori di quello commerciale, nell’ aver deciso da parte di Netflix di creare una seconda stagione