Intervista a Judith Davis su Cosa resta della rivoluzione

L’attrice e regista Judith Davis parla al pubblico della sua prima pellicola da cineasta Cosa resta della rivoluzione, dal 27 agosto 2020 al cinema grazie a Wanted Cinema.

Scopri la recensione del lungometraggio francese Quel che resta della rivoluzione

Cineasta, attrice ma anche promotrice del tuo film Cosa resta della mia rivoluzione, che tu hai accompagnato nel tour francese come se fosse veramente il tuo bambino; che cosa dici del fatto che sembra che il tuo film voglia riaccendere i riflettori sul cinema d’impegno civile e politico

La prima cosa che devo dire è che non ho mai avuto il desiderio di diventare un attrice o di cominciare a fare film, ma il film lo vedo come uno strumento per prendere parte alla vita civile, per mostrare quello che è il mio impegno politico ed è per questo che ho deciso di affrontare questa grande sfida nella creazione di Cosa resta della rivoluzione. Sapevo anche di dover evitare, nel momento della scrittura in sceneggiatura ma anche durante le riprese certi dogmatismi stando attenta anche a come venivano create certe tipologie di personaggio. Una volta però che ho finito il film ho visto che questo creava l’opportunità di condividere il mio tempo e pensieri con altre persone, ed è per questo motivo che ho deciso di accompagnare il film nella sua presentazione proprio per poter creare un dialogo con il pubblico. Questa storia è l’occasione per condividere insieme dei pensieri, per ragionare insieme su quanto sta accadendo in questo mondo

La protagonista nel film sembra sempre arrabbiata, è questo il senso di Quel che resta della rivoluzione o essere arrabbiati è il presupposto per ogni cambiamento sociale ideologico?

Sicuramente Angéle è molto arrabbiata ed è un emozione che praticamente prende tutto quello che ha dentro. La rabbia è un presupposto per agire, serve per rendersi conto che c’è qualcosa che non funziona e che non si ha l’intenzione di accettare la situazione in cui si ci trova e che mette in movimento. Allo stesso tempo spero che la rabbia non sia l’unica emozione che rimane da Quel che resta della rivoluzione, ma è estremamente importante il riuscirci ad aprire e mostrare le proprie emozioni, questo è senza dubbio un prerequisito necessario per agire. C’è una forte connessione tra l’emozione e l’azione, e non vogliamo separare all’interno del film l’azione dalla teoria e l’emozioni da quello che sono i pensieri, allo stesso tempo però la rabbia ha preso un posto preponderante nel personaggio che deve riuscire a creare la propria strada sia aprendosi sia alle sue emozioni che alle emozioni di chi le sta attorno. Vorrei però sottolineare che questo film è però una commedia, in un cui ho voluto utilizzare il tema del burlesque per amplificare il personaggio e il suo messaggio, per renderlo più umano.