Il seme dell’uomo (1969): la fine del mondo secondo Marco Ferreri

Cino: Ma tu stai proprio bene?
Dora: Sì, sto bene, ho solo un pochino di nausea.
Cino: Cento, duecento, un milione di figli. Sai che cos’hai?… Sei incinta! Ti ho seminato!
Dora: Non è vero, non è vero, giura che non è vero! Perché l’hai fatto!? Perché l’hai fatto!? Perché l’hai fatto!? Perché l’hai fatto!? Non ne avevamo il diritto… Non ne avevamo il diritto!
Cino: Il seme dell’uomo è germogliato! Ho seminato! Ho seminato! Il seme dell’uomo è germogliato! Tutti i figli! I figli dei figli! Ho seminato! Ho seminato! Il seme dell’uomo è germogliato! Diecimila millioni di figli! Tutti i figli! I figli dei figli! Diecimila milioni di figli! Ho seminato! Ho seminato! Il seme dell’uomo è germogliato! Tutti i figli! I figli dei figli! Un milione, un miliardo di figli! Ho semin… [la terra esplode sotto di loro] (cit. Il seme dell’Uomo)

Regia di Marco Ferreri. Con Anne Wiazemsky e Marco Margine.

Il seme dell'uomo (1969): la fine del mondo secondo Marco Ferreri

In un autogrill due ragazzi, Cino e Dora, stanno facendo una pausa durante il lungo viaggio verso casa. Una volta partiti attraversano una lunga galleria si ritrovano sopravvissuti ad un’ignota catastrofe. I due si insediano in una casa abbandonata in riva al mare e tentano di sopravvivere e di conservare reperti della civiltà umana. Ciro vorrebbe ripopolare il pianeta, ma Dora è ancora vergine e non sembra interessata a fare sesso.

Il seme dell'uomo (1969): la fine del mondo secondo Marco Ferreri 1

“Pessimismo che si stempera in un umorismo beffardo. Ferreri in piena allegoria, come molto cinema di allora, ma la sua rabbia e la sua lucidità rendono il film un feroce ritratto dell’egoismo maschile e della società dei consumi” (FilmTv).

La fine del mondo secondo Ferreri.

Il regista utilizza il tema apocalittico per isolare i due protagonisti su una spiaggia dove poterli osservare come cavie. Da qui il tempo del racconto si congela, senza farci capire quanti giorni, ore, minuti stiano passando. Tutto è sospeso in un limbo solitario, dove solo raramente i due vengono raggiunti da terze persone, tutte pericolose per il loro equilibrio interno.

Il seme dell'uomo (1969): la fine del mondo secondo Marco Ferreri 3
Il film riflette sulla nostra società (malata e autodistruttiva) mostrandocela come il passato, qualcosa da esaminare con distacco, come una società antica. A questo servono le reliquie raggruppate da Cino nel suo museo dell’umanità. Egli è strettamente legato a quel mondo ormai passato e cerca di riproporre quelle regole, quei meccanismi, nonostante quel mondo non esista più.

Dora invece cerca di dimenticare; non si sente legata al passato ma guarda al futuro, ed essendo un futuro incerto, invece di disperare, si gode la libertà di non avere una struttura sociale a cui fare riferimento. Anche il sesso e la procreazione, importanti per far progredire la specie, viene da lei vista non più come un obbligo.

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Il regista mostra spesso l’amore come sopraffazione nei suoi film, ed anche qui sarà lo stesso: Cino metterà incinta Dora dopo averla sedata, non solo per il suo desiderio, ma perché dal suo punto di vista era la cosa giusta da fare. E appena lei lo scoprirà non potrà fare altro che scoppiare in un pianto disperato per aver perso la sua libertà a causa dell’egoismo del suo uomo e dell’umanità intera.

Curiosità: “Nei titoli di testa sono citati solo gli interpreti principali e, per i ruoli secondari, solo le attrici. I ruoli secondari maschili vennero tutti ricoperti da attori non professionisti, prestati al cinema per l’occasione. Il maggiore elicotterista, che riporta il filmato del Vaticano distrutto, è Mario Vulpiani, direttore della fotografia del film. Gli altri interpreti sono Adriano Aprà, storico e critico cinematografico, Vittorio Armentano, regista, Gioia Benelli, aspirante regista qui annunciatrice nell’Autogrill, Sergio Giussani, produttore e cassiere del film, Mario Bagnato, l’assistente operatore, e Luciano Odorisio, l’aiuto regista.” (Wikipedia)

Note positive:

  • Ferreri dimostra per l’ennesima volta di essere un acuto osservatore della società in cui viviamo. La sua visione è lucida e crudele, permeata da uno spirito anarcoide che porta lo spettatore a riflettere sulle proprie responsabilità.
  • Lo stile visivo del film si rifà all’arte povera in voga negli anni ’60; questo dà al film un look suggestivo ed originale, che ne ha rallentato il processo d’invecchiamento.

Note negative:

  • Le stesse tematiche sono state affrontate meglio dal regista in film precedenti, primo tra tutti Dillinger è morto, uscito lo stesso anno.
  • Il ritmo vuole essere sospeso, e ci riesce, ma in alcuni momenti è troppo statico e induce alla noia.
  • La recitazione degli attori è poco empatica. Probabilmente è una scelta voluta, ma questo non permette allo spettatore di immergersi nell’atmosfera del film.

Emanuele Marchetto

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