I Care A Lot

I Care A Lot: di cosa abbiamo cura noi veramente?

Trailer del film I Care A Lot

Il dark comedy thriller I Care A Lot si è guadagnato l’attenzione della critica internazionale nel suo debutto al Toronto Film Festival 2020. Per la sua performance nei panni di Marla Grayson, Rosamund Pike ha vinto ai Golden Globes 2021 come “Miglior Attrice in un Film Comico”. I Care A Lot arriva in esclusiva in Italia su Amazon Prime Video il 19 febbraio 2021.

“Guardati, seduto lì. Pensi di essere una brava persona. Non sei una brava persona. Fidati di me! Non esistono le brave persone. Io ero come te, pensavo che lavorare sodo e comportarsi correttamente portassero al successo e alla felicità. Non è così. Giocare in modo giusto e onesto è uno scherzo inventato dai ricchi per mantenere il resto di noi poveri, e io sono stata povera. Questo non va con me perché ci sono due tipi di persone in questo mondo: le persone che prendono e quelle che vengono prese, predatori e prede, leoni e agnelli. Mi chiamo Marla Grayson e non sono un agnello. Sono una cazzo di leonessa.”

Marla Grayson (Rosamund Pike) Cit. I Care A Lot

Trama de I Care A Lot

Armata di una spietata sicurezza di sé, Marla Grayson (Rosamund Pike) è una tutrice legale di professione affidata dal tribunale a decine di anziani. Tramite metodi loschi ma legali, truffa astutamente i suoi assistiti sottraendo loro i risparmi. È un metodo ormai ben rodato che, insieme alla sua partner d’affari e amante Fran (Eiza González), Marla utilizza con un’efficienza brutale sulla sua ultima preda, Jennifer Peterson (Dianne Wiest), una pensionata benestante senza eredi o famiglia.

Quando Marla e Fran scoprono che Jennifer ha un segreto altrettanto losco e alcune connessioni con uno sfuggente gangster di nome Roman Lunyov (Peter Dinklage), Marla è costretta ad alzare la posta in gioco, in una partita a cui possono partecipare solo i predatori, e in cui la sfida non sarà affatto leale.

“Non riesci a convincere una donna a fare quello che vuoi? Allora la chiami ‘stronza” e la minacci di ucciderla. Non ho paura di loro.”

Rosamund Pike (Marla Grayson in I Care A Lot)

Recensione de I Care A Lot

Troviamo spesso dei film la cui lettura risulta oltre che profonda, difficile da digerire, dei film che ci portano a delle interpretazioni diverse sui meccanismi sociali dettati innanzitutto dalla nostra condizione umana (e non precisamente dall’umanesimo “buonista”).

I Care A Lot firmato dal regista e sceneggiatore britannico J Blakeson (The 5th Wave, The Disappearance of Alice Creed, The Descent 2) è, senza dubbio, uno di quei film che, inoltre, non segue lo schema delle storie portate avanti maggiormente da personaggi “buoni” che sconfiggono i “cattivi”, come se il “bene” e il “male” fossero due verità assolute o come se questo “bene” vincesse sempre nella realtà. Di solito i film che consumiamo mettono queste due etichette morali ben definite senza porsi la domanda se, forse, non esistono delle persone completamente buone né completamente cattive.

Prima di addentrarci in ciò che riguarda il lungometraggio, voglio chiarire che in questa analisi non cerco di “giustificare l’ingiustificabile” né difendere il male che qualcuno possa causare agli altri. Questa analisi, come lo stesso film, ha il solo scopo di andare oltre alle apparenze e di farci voltare lo sguardo verso noi stessi prima di puntare il dito contro qualcuno.

Certamente, il tema di fondo de I Care A Lot è l’abuso degli anziani e la corruzione a tutti i livelli istaurata e legittimata nelle vene della società statunitense, ma la cruda realtà che rispecchia J Blakeson nasce innanzitutto da una condizione umana: l’egoismo che porta a un individualismo sempre più acuto che è l’origine dei nostri peggiori mali, un individualismo che viene rafforzato da un sistema economico e sociale sbilanciato in cui “sopravvive” chi è più adatto, chi diventa predatore per non fare la fine di una preda.

La protagonista de I Care A Lot, Marla Grayson (interpretata da una fantastica Rosamund Pike: Radioactive, Gone Girl, State of the Union), lascia questa premessa molto esplicita all’inizio del film, paragonando se stessa a una “leonessa” in un mondo dove i ricchi si approfittano dei poveri. Ma Marla, allo stesso tempo, rompe la “quarta parete” per questionare noi spettatori sul fatto che nessuno di noi è veramente una brava persona. Ma da cosa si vale per affermare che non esistono le “brave persone”?

Rosamund Pike dà vita a una tutrice legale che “custodisce” le risorse e le capacità decisionali degli anziani che non possono valersi per loro stessi e che non hanno nessun’altra persona al mondo che abbia cura di loro. Il sistema di tutela legale viene impostato per proteggere i vulnerabili, ma la nostra protagonista Marla lo sfrutta per il proprio guadagno facendolo diventare un vero business. E come lo fa? Portando avanti una grande truffa in cui lei e la sua partner Fran (Eiza González: Godzilla vs. Kong, Alita: Battle Angel, Baby Driver) predano anziani benestanti, convincendo il giudice dello Stato sulle loro incapacità di badare a loro stessi (comprando prima la coscienza dei medici loro per “confermare” il loro stato d’incapacità). Dopo tutto ciò, Marla invia le sue prede in una casa di riposo (il cui direttore è pure in complotto con lei) e poi inizia a fare “festa” con tutti i loro averi, vendendoli e intascando i profitti per se stessa… E tutto questo in maniera completamente legale!

Vediamo che Marla è solo la punta dell’iceberg perché dietro i suoi affari legali c’è una vera e propria rete di corruzione e, ovviamente, perché una Marla così spietata, determinata e indifferente possa esistere, devono esserci pure altre persone come lei, che pensano solo e unicamente a loro stesse. Dinanzi a questa rete “legittima”, la giustizia è cieca non per volontà, ma perché non viene a conoscenza della “verità”. Il giudice Lomax (cognome che fa riferimento al protagonista di The Devil’s Advocate e penso non sia una semplice coincidenza) prende in considerazione tutti gli argomenti e le prove che Marla gli presenta in modo legale perché lui gli dia la tutela degli anziani. Perciò lui è un giudice che, nonostante la sua buona fede, è al servizio del “diavolo” senza saperlo.

La risposta alla domanda sul perché Marla afferma che non esistono le “brave persone” la troviamo proprio qui: tutti in poca o buona misura, nei particolari o in cose più grosse, abbiamo pensato solo a noi stessi e al nostro benessere, e questa scelta porta automaticamente a fare a meno degli altri. Ed è questo egoismo tante volte tradotto in ambizione sfrenata ciò che viene mascherato con delle “buone azioni”. Per chi o con quale scopo facciamo noi le cose “buone”? Di chi abbiamo cura noi veramente? Facciamo i buoni perché siamo buoni di cuore o facciamo finta di esserlo per il proprio beneficio?

Sicuramente, il fatto che Marla ammette chi è lei senza rimorsi non la rende migliore di noi, ma almeno non è ipocrita nel rapporto che stabilisce con gli spettatori e, di conseguenza, è molto libera di agire come lo fa durante tutto il film. In questo senso, Marla non cerca la nostra empatia né una nostra giustificazione, ma prova ad attirare la nostra curiosità parlandoci direttamente, interrogandoci e usando sempre l’ironia e grandi abilità di manipolatrice per diventare ricca e avere quella vita che gli è stata “negata” sin da piccola.

La genialità della storia di J Blakeson risiede, allora, nell’originalità con cui tratta questo argomento strettamente legato a quello del capitalismo selvaggio che è alla base del “Sogno Americano”. Il regista britannico usa come veicolo per parlare di tutto ciò la cura delle persone della terza età formalizzata tramite il cosiddetto sistema Elderly Guardianship (tutela degli anziani) esistente negli Stati Uniti. In questo “rapporto legale” stabilito in tribunali, i tutori legali hanno veramente il controllo non solo dei beni di queste persone, ma delle loro vite senza il loro consenso, potendo tranquillamente fare quello che vogliono con tutto ciò che ormai è tra le loro mani, così come lo fa Marla. Quindi I Care a Lot, per quanto possa essere moralmente disgustoso e inquietante, è sicuramente più realtà che finzione.

Ma J Blakeson non si ferma lì: così come mette a Marla a fare l’imprenditrice con gli anziani, lo sceneggiatore approfitta per toccare indirettamente altri settori che in maniera simile fanno della salute un business, in maniera speciale le aziende farmaceutiche. Non per niente nella prima inquadratura del film (come poi si ripete in altri momenti) vediamo centinaia di pasticche mentre Marla ci dice a ognuno di noi: “Non sei una brava persona. Fidati di me!”

“Chiedi a te stesso: sono un insider o un outsider? Sono un agnello o sono un leone? Sono un predatore o sono una preda? Sono bravo con i soldi o sono bravo con le persone? Cosa sono disposto a sacrificare per realizzare i miei sogni?”

Marla Grayson (Rosamund Pike) Cit. I Care A Lot

Il fascino degli antieroi

I Care A Lot non si distingue per la novità dei temi trattati, né per la sua regia. Se c’è qualcosa di cui J Blakeson ha avuto abbastanza cura è la sua sceneggiatura che usa questi temi rivisti per costruire una storia piena di elementi e personaggi poco o per niente convenzionali, che ci attirano ma con cui non abbiamo niente in comune (o almeno così sembra se rimaniamo nel superficiale).

In questa storia, come dicevo prima, i personaggi non vengono etichettati anche perché è una gara su chi è peggio dell’altro. Servono più a un gioco di “lealtà” in cui il cineasta britannico ci mette costantemente in difficoltà su a chi di loro “salvare” e, di conseguenza, ci fa fare i conti con i nostri propri principi e valori.

Come abbiamo visto, Marla non è una protagonista qualsiasi, ma una donna elegante quanto imbrogliona e ironica. E se dall’inizio è già così, allora cosa ci possiamo aspettare che succeda? Sembra che solo un avversario della sua misura possa ribaltare la sua condizione di “leonessa intoccabile”.

L’incidente scatenante è, infatti, che Marla ha ora gli occhi puntati su Jennifer Peterson (Dianne Wiest: The Mule, Edward Scissorhands, Bullets Over Broadway), un’anziana ricca apparentemente senza famiglia. Ma dopo aver portato Jennifer alla casa di riposo e svuotato i suoi conti, attira l’attenzione di Roman Lunyov (interpretato da Peter Dinklage, riconosciuto per il suo personaggio di Thyrion Lannister ne Il Trono di Spade), un gangster che ha un misterioso legame con Jennifer. Lui vuole che Marla la rilasci dalla casa di riposo, ma lei che non si spaventa facilmente, si rifiuta.

È così come J Blakeson costruisce una sceneggiatura che non solo semina bene ogni singolo plot point, ma che viene sviluppata con un ritmo costante e teso determinato dai suoi antieroi e il loro “gioco del gatto col topo”.

Marla e Roman sono simili in quanto ai valori che rappresentano e ai loro obiettivi di essere ricchi, ma si differenziano nel modo in cui li raggiungono: Marla in maniera lecita tramite il suo lavoro di tutrice di anziani, mentre Roman deve rimanere nascosto perché agisce illegalmente trafficando droga. Questa contrapposizione legalità vs. illegalità è “l’esca” del regista per metterci ancora di più alla prova. Siamo più dalla parte di Marla perché Roman fa il tipico business illecito che verrebbe punito? O condanniamo tutti e due? E se così fosse, come mai nessuno è salvabile? È qui l’analisi riflessiva e il carburante che ci fa restare fino alla fine.

Roman riconosce l’intelligenza e determinazione della sua avversaria volendo poi stabilire un rapporto fruttifero con lei, rimanendo Marla sempre un gradino sopra di lui. Bene o male, Marla può agire nella “luce” mentre lui deve rimanere nell’ombra per proteggersi. È per questo che Roman vede la coesistenza con Marla come il più grande affare mai fatto negli Stati Uniti. E sicuramente vi state chiedendo: “Ma allora così finisce questa storia? Tutti e due che la superano liscia e restano felici?” Sarebbe una vera delusione se così fosse! Quello che non riesce a fare Roman, lo fa di sicuro J Blakeson con un finale che risponde perfettamente al messaggio del film.

Indubbiamente, la creazione di personaggi così controversi ci fa scomodare oltre che per l’impotenza dinanzi al loro agire, per il fatto che facciamo fatica sia a condannarli che a provare empatia nei loro confronti. È proprio questo il grande raggiungimento de I Care A Lot, la sua fantastica capacità di farci rimanere attaccati allo schermo nonostante le cose disprezzabili che fanno i suoi personaggi e questo è, senza dubbio, merito di una sceneggiatura che riesce a gestire bene il ritmo di suspense condito con dei momenti di vero umore nero e che ci affascina per non essere prevedibile e non mostrarci il solito “buonismo” quasi utopico.

Bisogna dire però che l’interesse che possiamo avere per il film è anche il risultato del lavoro del suo cast. Il personaggio di Marla è, certamente, l’anima del film. Nonostante la poca conoscenza che abbiamo sul suo passato, il mix tra condanna e adesione che ci crea lei è abbastanza forte come l’interpretazione di Rosamund Pike, ai livelli della nomination all’Oscar che si è guadagnata per il suo ruolo in Gone Girl.

A questo si aggiunge quella di Peter Dinklage che dà vita a questo mafioso russo, un personaggio un po’ piatto e esilarante, che risalta per le sue sfumature di uomo cattivo ma di carattere pacifico e amante dei dolci di pasticceria. Non si può negare poi la crescita recitativa della messicana Eiza González nei panni di una Fran che rappresenta la forza ma anche il tallone d’Achille di Marla. E non meno importante è anche il lavoro della due volte vincitrice dell’Oscar Dianne Wiest, che crea una Jennifer a cui ci sentiamo più vicini, nonostante abbia pure i suoi segreti.

L’ottima fotografia di Doug Emmett e la musica a cura di Marc Canham (compositore della colonna sonora di un altro film di J Blakeson, The Disappearance of Alice Creed) completano l’atmosfera cupa, il tono provocatorio e il ritmo movimentato che caratterizzano il film.

I Care A Lot risulta un’opzione diversa in mezzo a tanti prodotti attuali che più che essere dei film in tutto il senso della parola, che riescano a intrattenere e allo stesso tempo che abbiano un vero lavoro sulla forma e sul trattamento dei contenuti, sono pezzi teatrali ripetitivi che non vanno oltre a una critica palese e noiosa senza storia, ben lontani da come dovrebbe essere costruito un prodotto cinematografico. E in questo senso, ringraziamo J Blakeson per aver avuto cura di noi spettatori!

“La cosa più difficile era quella di trovare il tono giusto per creare un personaggio veramente orribile, ma che il pubblico avesse voglia di continuare a guardare, ottenendo un complesso mix tra condanna e adesione. Una volta trovato quel tono, tutto è diventato estremamente divertente. Di sicuro la mia intenzione non era quella di guadagnarmi delle simpatie e fare in modo che gli spettatori amassero Marla. Non avevo mai visto prima però un film su una donna capace di trasformare degli odiosi abusi in un vero e proprio business. Il fatto di non avere assolutamente nulla in comune con Marla, lucida manipolatrice e senza vergogna come la Amy Elliott-Dunne di Gone Girl – L’amore bugiardo, mi ha regalato una grandissima libertà nell’interpretarla. Marla non prova alcun rimorso, e questo rende estremamente libera anche lei. L’unica cosa che condividiamo è l’aspetto fisico.”

Rosamund Pike (Marla Grayson in I Care A Lot)

NOTE POSITIVE

● Originalità sia del soggetto che del trattamento di tematiche già viste in altri film, costruite tramite una buona sceneggiatura.

● Tono, atmosfera e punto di vista con i quali viene trattata la storia e la sua tematica principale di fondo sul capitalismo e la corruzione negli Stati Uniti (il “Sogno Americano”).

● Il cast, specialmente le interpretazioni di Rosamund Pike e Peter Dinklage.

● Regia e fotografia ben riuscite.

● Musica coinvolgente che contribuisce a mantenere lo spettatore nell’atmosfera di tensione della trama.

NOTE NEGATIVE

● Si conosce poco sul passato dei personaggi, compreso quello di Marla, il che ci rende incapaci a noi spettori di provare a capire il perché è diventata una grande imbrogliona indifferente. Si sa soltanto che viene da una famiglia povera, che vuole diventare ricca e che che gliene frega niente pure della madre perché secondo lei è una “psicopatica”. Nella storia, questa mancanza rende pure debole e poco giustificabile (non nel senso morale, ma in quello narrativo) l’agire di Marla.

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