Noah Jupe in Honey Boy (2019)

Honey Boy: il memoir d’infanzia diventa cinema-terapia

Recensione del film Honey Boy opera della regista Alma Har'el e scritto dall'attore Shia LaBeouf, che va a sceneggiare una vicenda ispirata alla sua storia personale.
Honey Boy (2019) locandina

Honey Boy

Anno: 2019

Paese di produzione: USA

Genere: Drammatico

Casa di Produzione: Automatik, Stay Gold Features, Delirio Films

Distribuzione: Automatik Entertainment

Durata:1h34

Regia: Alma Har’el

Sceneggiatura: Shia LaBeouf

Montaggio: Dominic LaPerriere , Monica Salazar

Dop: Natasha Braier

Attori: Noah Jupe, Shia LaBeouf, Lucas Hedges, FKA Twigs, Laura San Giacomo.

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Trailer di Honey Boy

Recensione film di Honey Boy

Dopo l’addio ai blockbuster hollywoodiani, il tormentato attore californiano Shia LaBeouf torna con un memoir sulla sua infanzia vissuta a fianco di un padre clown violento e abusivo. Il cinema come terapia, il racconto come liberazione.

Il primo lavoro d’attore di Shia LaBeouf risale al 1998, quando a 12 anni viene ingaggiato per il suo primo ruolo da protagonista nel tv movie per ragazzi Breakfast with Einstein. Nel 2000 recita nella serie tv di Disney Channel Even Stevens dove vince un Emmy e poi E.R (2000), Freaks and Geeks (2000), Saturday Night Live (2007) fino ai blockbuster Indiana Jones, Transformers Wall Streets. Una vita sul set dunque, ma quando le luci si spengono la vita di LaBeouf sembra essere molto lontana dagli effetti speciali.

Trama di Honey Boy

Honey Boy non a caso si apre proprio su un set cinematografico, quando il 22enne Otis (LaBeouf interpretato da Lucas Hedges) sta girando una scena d’azione. Ha l’imbracatura perché sta per essere lanciato in aria dietro il green screen. Ciak, azione, si gira. Otis attende, guarda in camera, ci guarda.

Allo stop però inizia la vita vera. Torna in roulotte e beve (troppo), viene arrestato (più volte): guida in stato d’ebrezza, condotta molesta. Entra in rehab a 22 anni dove una psicoterapeuta gli chiede di scrivere un diario sui ricordi traumatici e tentare così di attraversare il dolore. Otis soffre di Distrurbo Post Traumatico da Stress, un disturbo mentale che si sviluppa in conseguenza di un evento traumatico estremo. E allora bisogna tornare indietro, scavare nei ricordi che l’alcool sembrava riuscire a soffocare. Far uscire tutto fuori, scrivere, urlare, piangere, tentare di calmare la spirale d’ansia visualizzando velocemente quattro cose che ti riportino alla realtà. Tornare indietro significa tornare ai 12 anni quando il piccolo Otis (Noah Jupe) che vive a EchoPark in un quartiere a maggioranza messicana di Los Angeles, condivide la sua vita con il padre James (Shia LaBeouf) narcisista, violento, abusivo, che si fa pagare dal figlio per venirlo a prendere sul set.

Analisi di Honey Boy

Diretto da Alma Har’el regista israeliana conosciuta per i suoi documentari e cortometraggi, Honey Boy è un film piccolo per durata (perfetta l’ora e 34minuti), modesto per ambizione ma non minore per sentimento. Una sceneggiatura che alterna il passato e il presente, la ricerca di un gesto d’amore da una vicina di casa (la cantante indie FKA Twings) e gli schiaffi dati dal padre, la realtà che si confonde con la finzione, gli incubi notturni e il sogno per riconciliarsi.

Shia LaBeouf scrive e interpreta un film sul padre e dunque su sé stesso, usa il cinema come terapia, come espiazione del dolore. Tra padre e figlio le dinamiche sono le stesse. E sono i molteplici dialoghi quelli che le mostrano al meglio. Sono dialoghi estenuanti che logorano l’identità in costruzione di un giovane ragazzo mai accettato, a cui viene richiesto tanto forse troppo e che a sua volta richiede poco forse l’essenziale: un padre migliore. Ma James è un padre/clown con il sorriso disegnato sul volto che porta con sé un passato di violenza, di droghe, di eccessi, che vive coltivando illegalmente marijuana. Un veterano del Vietam con l’ossessione per le donne, e l’odio per l’ex moglie, incapace di gesti di amore e di tenerezza verso il figlio. Shia LaBoeuf ci offre la sua vita e la sua interpretazione strabordante ed esagitata a volte, ma forse non sta recitando, stavolta recitare diventa qualcosa di più. Questa per lui non è finzione ma vita vera.

Oltre alla sua performance, troviamo altre due le grandi interpretazioni che reggono Honey Boy, ovvero quella di Noah Jupe classe 2005, bravissimo nell’incarnare un ragazzino impaurito dal suo stesso padre, che assume le redini di una famiglia insistente che cerca di assecondare e di nascondere (per quanto si può) un dolore sordo e infinito, e poi c’è Lucas Hedges come sempre magnifico. Anche stavolta offre un’interpretazione onesta, vulnerabile, potente nella sua fragilità. Le sequenze nel rehab con la terapeuta sono forse tra le cose migliori di questo inizio cinematografico del 2020. Il modo in cui Hedges riesce a scavare in sé stesso per trovare un dolore che appare autentico e mai pietistico è la prova del talento, ormai affermato, dal suo esordio in Manchester By The Sea del 2016.

Aiutato da una colonna sonora che alterna l’hip hop degli anni ’90 e i suoni metallici che ricordano quelli dei giocattoli, Honey Boy è un film sul lasciar andare, sulla liberazione del dolore che teniamo ingabbiato per paura di farci di nuovo del male. Sul seme che per germogliare e diventare fiore deve prima autodistruggersi.

LaBeouf sembra aver superato, sembra aver perdonato. Sé stesso? Certo. Il padre? Forse.

Note positive

  • Interpretazione
  • Forza emozionale

Note negative

  • Nessuna di rilievo

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