Fight Club: Scheda film

Paese: Stati Uniti d’America
Anno: 1999
Durata: 139 min
Genere: Drammatico

CAST TECNICO

Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jim Uhls
Fotografia: Jeff Cronenweth
Montaggio: James Haygood
Musiche: Dust Brothers
Distribuzione: 20th Century Fox
Produttore esecutivo: Arnon Milchan
Effetti speciali: Rob Bottin

CAST ARTISTICO

Edward Norton, Brad PittHelena Bonham Carter, Meat Loaf Aday, Zach Grenier, Jared Leto, David Andrews, Ezra Buzzington, Christina Cabot, Tim De Zarn, George Maguire, Rachel Singer, Richmond Arquette

Fight Club: recensione film

Fight Club è un film divisivo, che ha un nucleo costitutivo di contrapposizione non solo all’interno della sua trama, ma soprattutto fuori, ovvero nel mondo della critica. Non sappiamo esattamente la quantità sterminata di nemici che ha collezionato David Fincher dopo la realizzazione del film, ma facendo un po di zapping – usando un termine televisivo – fra i vari siti e riviste che si occupano della settima arte, possiamo notare quanto sia improbabile per non dire impossibile unire la critica sotto un giudizio uniforme, un giudizio che focalizzi per primo le componenti tecniche della pellicola che sono curate da Fincher in maniera maniacale, prima ancora di un eventuale messaggio che può piacere o non, o che possa essere colto oppure no.

Un viaggio contorto nella mente umana che ci svela molti dei retroscena del nostro inconscio, un prodotto antropo – pedagogico a tutti gli effetti, una linea del tempo che corre all’impazzata per 139 minuti senza sosta per poi tornare al punto di partenza, ma il ribaltamento di fronte è solo percettibile, ovvero non ci sono veri e propri flashback o ribaltamenti sequenziali alla Tarantino maniera.

Un film che segna un’epoca, una generazione, ma anche il percorso professionale di due mostri sacri dell’ambiente; Edward Norton e Brad Pitt.

Fight Club come detto in precedenza spacca decisamente in due la critica, contrapponendo da un lato chi lo reputa un capolavoro cult, esaltando non solo le interpretazioni magistrali, ma soprattutto il messaggio di critica verso l’alienazione e il nichilismo imperanti nello scenario sociologico occidentale, mentre dall’altro lato chi lo etichetta come un’opera che fa un uso quasi feticistico della violenza, una violenza sterile e fine a se stessa, che pone come alternativa al conformismo e al capitalismo l’instaurazione di una società pseudo anarchica dove il caos è il solo mezzo di lotta e l’individuo è privo d’identità.

Spendendo due parole per David Fincher, stiamo parlando senza ombra di dubbio di uno dei migliori cineasti degli anni 90, impossibile a oggi non citare alcune delle sue pellicole principali: Seven, The Social Network, Il curioso caso di Benjamin Button, dove nel primo e nel terzo possiamo ritrovare Brad Pitt, un vero talismano del regista.

TRAMA

Il vero nome del protagonista (Edward Norton) non è mai citato, ma in diverse occasioni lascia intuire chiamarsi Jack. È un giovane impiegato presso una grande compagnia automobilistica, è depresso, insonne, e il suo hobby preferito è comprare mobili all’Ikea. La sua vita però verrà segnata dall’incontro con Tyler Durden (Brad Pitt), un belloccio sapientone e tenebroso, che lo plagerà coinvolgendolo in qualcosa che sfuggirà di mano a entrambi.

Brad Pitt and Edward Norton in Fight Club (1999)

ANALISI FILMICA

Chi ha letto il romanzo e vede il film probabilmente si chiederà cosa abbia letto, perché Fincher è andato decisamente oltre, ci mette in fila indiana tutti gli scheletri che abbiamo nell’armadio e ce li mostra come alternativa a noi stessi, illustrandoci come possiamo entrare dentro di noi e far dettare le regole del gioco a ciò che ci alberga, spesso nulla di buono.

Gran parte della pellicola è sottoposta alla voce fuori campo del protagonista (Jack), una voce ben scandita, cinica, ma anche distaccata. Il gioco di ruolo fra Tyler e Jack è avvincente, considerando che il dualismo è la colonna portante di Fight Club, le contrapposizioni sono asfissianti, non esiste nulla di più opposto come le caratteristiche psico – fisiche dei personaggi; uno bello, sicuro di se ed estroverso, l’altro trascurato, paranoico e introverso.

Brad Pitt and Holt McCallany in Fight Club (1999) battaglia pugilato

Tematiche

La violenza presente può sembrare eccessiva e fine a se stessa, ma i protagonisti ne fanno un uso quasi terapeutico, per fuggire dal torpore della vita quotidiana e sentirsi ancora vivi, perché i pugni in faccia sono la sola cosa che gli fa tagliare il cordone ombelicale con la società consumistico – capitalista che li circonda e da cui si sentono oppressi.

Fincher è probabile che abbia realizzato questo film per lanciare un messaggio ai burattinai della nostra società; alle Multinazionali, alle banche, e a tutta una catena di entità che ci impongono uno stile di vita degno di pupazzi lobotomizzati schiavi di una programmazione mentale che ci costringe a:

Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono per piacere a persone che detestiamo
Come cita Tyler in una scena del film in cui fa il discorso di apertura del Fight Club.

Un messaggio scomodo che mostra un quadro raccapricciante della società occidentale, in particolare del maschio (visto che le donne nel film sono quasi del tutto assenti), a eccezione di Marla Singer (Helena Bonham Carter), nei panni di una misantropa depressa, i cui sali della vita sono il caffè, il fumo e lo Xanax. Insomma siamo di fronte a un’opera che denuncia l’esistenza di due sottoprodotti del “Dio Consumo”, ovvero da un lato c’è chi ha il cervello anestetizzato dalla galassia conformista che detta le regole del nostro tempo libero e non solo imponendoci di bere solo caffè Starbucks perché è bello il logo sul bicchiere, dall’altro lato invece c’è chi cavalca l’onda dell’anticonformismo ostinandosi a una sorta di militanza pseudo anarchica che sfocia in un’alienazione incontrollata.

Helena Bonham Carter and Edward Norton in Fight Club (1999)

Fight Club ci fa osservare dentro di noi con sospetto, facendoci porre domande da cui forse spesso siamo fuggiti, ma stavolta David Fincher ha calcolato tutto, ci usa come cavie, infatti a fine film ci chiediamo se la direzione che stiamo prendendo è quella giusta, ma c’è da dire anche che nonostante sia un capolavoro indiscutibile è un prodotto che pone sensazioni estremamente soggettive da spettatore a spettatore.

Una sceneggiatura curata da Jim Uhls a dir poco superba, con un linguaggio e giochi di metafore superlativi, per non parlare del montaggio, e della colonna sonora con “Where is my mind?” dei Pixies che funge da ultimo pugno allo stomaco quando lo schermo diventa nero e partono i titoli di coda.

La rivista Empire nel 2008 lo posiziona al decimo posto dei migliori 500 film della storia

Note positive

  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Montaggio
  • Colonna sonora

Note negative

  • Nessuna di rilievo