Una complicata produzione cinematografica – Diabolik (1968) di Mario Bava

Ti prenderò Diabolik! ( cit. Diabolik )

Oggi vanno di moda i cosiddetti cine-fumetti e il cinema, anche a causa degli “universi condivisi” sdoganati dalla Marvel cinematografica, si sta avvicinando molto alla logica delle serie tv, dove il film non è più un prodotto a sé stante, ma rientra in un meccanismo produttivo molto più ampio e complesso.

Certo l’idea può risultare intrigante, ma in questo modo le pellicole iniziano a perdere la propria unicità e, di conseguenza, anche il proprio valore artistico. Questo porta ad un appiattimento stilistico, in quanto ogni film deve necessariamente fare riferimento a quello precedente, senza la possibilità di esprimere un stile personale o differente.

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Uno dei primi adattamenti cinematografici di un fumetto in Italia è senza dubbio Diabolik (Danger Diabolik ) di Mario Bava, una pellicola dalle vicende produttive travagliate ma che, grazie soprattutto alla mano di un grande regista, è riuscito a diventare un cult, mantenendo intatte la sua freschezza e la sua originalità.

“Ho fatto un altro sbaglio, il film Diabolik: con una storia e con l’altra, mi hanno tenuto in giro per quasi un anno, io che faccio i film in quindici, venti giorni al massimo (…)” (Mario Bava)

Per capire il motivo di tale dichiarazione dobbiamo fare un passo indietro.

Nel novembre del 1962 comparì, in numerose edicole del nord Italia, un nuovo fumetto: Diabolik, ideato da Angela e Luciana Giussani. Fu un fiasco e inoltre le autrici andarono incontro a denunce penali per “istigazione alla violenza”. Nonostante tutto tutti i numeri continuarono ad uscire regolarmente, con dei sensibili miglioramenti alle vendite, fino ad arrivare al luglio del 1963, quando uscì il volume numero 7. Da qui in poi le vendite aumentarono vertiginosamente, fino a raggiungere tutte le edicole d’Italia.

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Fu così che, nella primavera del 1965, si iniziò a pensare ad una trasposizione cinematografica dell’opera delle sorelle Giussani. Ad avere questa intuizione fu il giovane produttore Antonio Cervi, figlio del ben più noto attore Gino Cervi, che contattò le autrici per avere il loro consenso e, una volta ottenuto, iniziò a cercare dei finanziatori. Alla sua chiamata rispose Agostino (conosciuto come “Dino”) De Laurentis, il che rese il progetto decisamente più tangibile.

Nell’ottobre del 1965 si rese pubblico il nome dell’attore protagonista, ovvero il francese Alain Delon, ma a causa di problemi con il budget la collaborazione saltò e fu sostituito con Jean Sorel, sempre francese. Per il personaggio femminile si optò invece per un’attrice italiana, ovvero Elsa Martinelli.

Tutto sembrava pronto e, dopo un periodo di stallo, De Laurentis coinvolse nel progetto due grandi case di produzione internazionali: la Paramount, americana, e la Marianne Productions, francese. Il budget per il film fu di 800 milioni di dollari, soldi che arrivarono in Italia ma, misteriosamente, sparirono in poco tempo.

Questo provocò non pochi problemi: la pellicola era da consegnare e, oltretutto, doveva sembrare una grande produzione. A questo punto entrò in scena Bruno Todini, produttore associato e organizzatore generale del progetto, che propose Mario Bava alla regia, dicendo a Dino De Laurentis: “Guarda, è l’unica persona al mondo capace di fartelo”.

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Bava accetto, vedendo nel progetto una grossa opportunità, ma presto si rese conto che di soldi ne erano rimasti pochi, quindi bisognava inventarsi qualcosa per rendere quel piccolo film una produzione milionaria. Innanzitutto rimise mano alla sceneggiatura, eliminando i toni cupi del fumetto per un’impostazione più alla 007. Questo rese il film più appetibile al grande pubblico e soprattutto impedì alla pellicola di incorrere nei problemi legali del Diabolik cartaceo.

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Dopodiché dovette fare un grande lavoro per le scenografie, utilizzando effetti ottici: molti dei fondali che si vedono nel film (specialmente nel covo del criminale) non sono altro che vetri dipinti da Bava stesso e posizionati davanti all’obbiettivo.

Infine gli attori: il protagonista cambiò nuovamente e la scelta ricadde su John Philip Law, presente a Roma in quel periodo per il set di Barbarella. Sempre per mascherare la mancanza di mezzi vennero inseriti nel cast due grandi nomi come Michel Piccoli, nel ruolo di Ginko, e Adolfo Celi, reduce del set di Agente 007- Thunderball.

Anche la co-protagonista femminile cambiò: Elsa Martinelli fu sostituita prima da Catherine Deneuve, che come ricorda lo stesso Bava “(…) non ne voleva sapere neppure di lasciare vedere la caviglia, il polpaccio, non parliamo dei seni!”; e infine da Marisa Mell.

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Le riprese poterono finalmente iniziare e, il 15 dicembre 1968, la pellicola uscì finalmente in tutta Italia.
La critica non fu troppo benevola. Tullio Kezich, per esempio, lo definì: “Uno dei film più stupidi degli anni sessanta”. Ma col tempo acquisì lo status di cult. La cosa è comprensibile: il film è diretto con maestria e il tono non dà mai l’idea di essere troppo realistico o serioso. La mano di Mario Bava è riconoscibile, soprattutto nella costruzione delle immagini, che prendono il sopravvento su una trama piuttosto debole: quello che realmente domina sono i colori, le luci, le scenografie, tutto permette al regista di realizzare dei veri e propri quadri pop, che farebbero invidia a Andy Wharol e Roy Lichtenstein.

De Laurentis pensò seriamente di girare un secondo capitolo, ma Mario Bava non sembrò interessato:

“Si, De Laurentis mi ha chiamato per chiedermi se me la sentivo eventualmente di dirigere il seguito. Ma io non ci sono andato e gli ho fatto dire che per lui da quel momento io sarei stato ammalato e invalido a letto, perennemente!”.

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Lati positivi:

  • La regia di Mario Bava riuscirebbe a risollevare qualsiasi sceneggiatura.
  • Le scenografie, dipinte dallo steso Bava, sono splendide e contribuiscono a rendere il film unico.
  • Il tono, volutamente irrealistico e colorato, permette al film di non invecchiare, nemmeno dopo quasi 50 anni.

Lati negativi:

  • La sceneggiatura è piuttosto approssimativa.
  • I personaggi sono poco approfonditi, ma probabilmente la cosa era voluta.

Emanuele Marchetto

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