Cosa nostra a Hollywood: gli Stati Uniti e la loro idea sulla nostra malavita

Le origini

Da quasi cento anni lo stereotipo del criminale ricco e spietato ha sempre affascinato il pubblico. Infatti, sono numerose le pellicole cinematografiche degli anni Trenta del secolo scorso incentrate su figure di personaggi criminali legati alla malavita organizzata. L’ispirazione partì dal mondo americano vittima del Proibizionismo degli anni Venti, periodo in cui la criminalità di qualsivoglia origine proliferò e si arricchì grazie al contrabbando di alcolici. Da citare assolutamente i famosissimi i film “Piccolo Cesare” del 1930, “Nemico pubblico” del 1931 e “Scarface – Lo sfregiato” del 1932. Nonostante questo grande inizio, la figura del fuorilegge era sempre vista con accezione negativa, la quale sfociava in atteggiamenti violenti e sconsiderati come la freddezza nell’esecuzione di delitti e omicidi e la superficialità con cui venivano trattate le donne. Nonostante il grande pubblico adorasse queste figure, gli autori erano costretti a mantenere questa condizione cupa e oscura sui criminali frutto della loro immaginazione a causa di un codice etico e morale in vigore fino a quasi tutti gli anni Sessanta (il Codice Hays). In questo modo si proibiva di rappresentare con positività azioni e atteggiamenti illegali e contrari al buon costume, scoraggiandone la presa in considerazione e limitando senza dubbio la creatività degli addetti al cinema.

La rinascita: arrivano i Corleone

“La pistola voglio che la metta a posto uno di piena fiducia. Non voglio che mio fratello resti in quel cesso col coso in mano e basta.”

Santino “Sonny” Corleone

Anche a causa di queste difficoltà, il genere quasi sparì nei decenni seguenti per poi tornare in auge nel 1972 grazie a “Il padrino” di Francis Ford Coppola. Si tratta di una rappresentazione cinematografica piuttosto fedelmente ispirata dall’omonimo romanzo del 1969 di Mario Puzo, scrittore italoamericano che lavorò insieme al regista anche per la realizzazione di altri due film, ovvero “Il padrino – Parte II” del 1974 e “Il padrino – Parte III” del 1990. Queste opere hanno per protagonista una ricca e potente famiglia mafiosa newyorkese di origine italiana, i Corleone, a capo di una delle più importanti organizzazioni criminali della East Coast. Ricoprendo un periodo storico di circa trent’anni, dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Settanta, Coppola e Puzo mettono in mostra non solo l’aspetto violento e il fiuto per gli affari di uomini di potere senza scrupoli, ma anche la vita quotidiana e l’unità familiare, evidenziandone spesso le umili origini. Vito Corleone e i suoi figli maschi sono personaggi molto diversi fra loro e il fulcro attorno al quale si sviluppano le vicende della trilogia, coinvolgendo ovviamente anche Constanzia, l’unica figlia femmina del Don. La figura imponente del Don, del padrino, nonché dello stesso Marlon Brando, domina quasi tutto il primo film. Nonostante l’attentato subito che lo mette quasi subito fuorigioco, a Don Vito bastano poche scene durante il matrimonio della figlia e nel colloquio con Sollozzo per farci capire che lui è un padre buono e generoso, ma allo stesso tempo è severo e fermo nelle sue decisioni. Riprende Sonny che si fa sfuggire alcune parole di troppo davanti al Turco, ascolta e accoglie  tutte le richieste che gli vengono poste nel giorno del matrimonio di Connie, per la quale invece cerca di facilitarne anche la vita da sposata dando a lei ed al marito Carlo Rizzi un tetto sopra la testa. A Carlo garantisce anche un lavoro negli affari di famiglia, nonostante lo tenga fuori dai vertici del potere. Al Don per eccellenza sono dedicati alcuni interessantissimi e riuscitissimi flashback durante il corso del romanzo, i quali sono stati realizzati solamente per il secondo film con Robert De Niro nei panni del giovane Vito. Qui assistiamo alle disgrazie capitate al piccolo Vito, nato Andolini e diventato Corleone per colpa di un doganiere all’arrivo in America che lesse la provenienza come cognome. Crescendo con la famiglia Abbandando del suo amico Genco, Vito lavora con quest’ultimo ed il padre nello spaccio di famiglia a New York, fino a quando il boss del quartiere Don Fanucci impone suo nipote per fare il commesso nel negozio. Abbandando senior licenzia Vito, il quale capisce perfettamente la situazione. Grazie al casuale incontro con il vicino di casa Peter Clemenza e poi con Salvatore Tessio, Vito medita di spodestare Don Fanucci, infatti lo adesca, lo uccide e comincia a farsi un nome nel quartiere, aprendo anche un’azienda di importazione di olio d’oliva con Genco, Clemenza e Tessio. Ormai è lui il boss, ma nonostante venga temuto, è anche molto rispettato per via della sua bontà ed umanità; già in gioventù, Vito possedeva un grande intuito ed un’intelligenza superiore ai suoi coetanei, i quali si trasformano in fedelissimi soci in affari. Puzo e Coppola ci illustrano anche un importante viaggio in Sicilia della giovane famiglia Corleone, la quale viene accolta con entusiasmo da vecchi amici e parenti. Qui Vito vendicherà la morte dei genitori e del fratello accoltellando un vecchio Don Ciccio, il mafioso che seminava terrore in quell’area sin da prima che lui nascesse. La gioventù del padrino è stata tutt’altro che facile, ma con sangue freddo e grande intelletto ha saputo rimboccarsi le maniche e costituire una vera e propria famiglia di stampo mafioso. In questo modo, lo spettatore individua questa presa di posizione come l’unica possibile per dare una svolta alla vita in povertà che svolgevano Vito e la moglie. Gli italiani in America hanno lavorato e dato molto, ma alcuni disonesti sono stati furbi e scaltri nel capire come la vita sarebbe stata più facile grazie all’avvio di attività criminali. Ad ogni modo, Don Corleone è una figura fondamentale per lo sviluppo della storia e si capisce ben presto anche l’importanza che ha avuto nella crescita dei suoi figli. Santino detto Sonny è il primogenito e l’unico ad avere il fisico del padre, ma è troppo prepotente ed istintivo, cosa che lo porterà incontro alla morte a causa del cognato traditore. Fredo è il secondo figlio e subisce troppo le ingombranti figure del padre e del fratello maggiore, nonostante desideri emularne le gesta. Michael è il terzo e più importante di tutti. Interpretato in tutti e tre i film da un grandissimo Al Pacino, Mike è il classico cocco di papà. Il padre, comprendendo i limiti dei primi due figli, desidera per il suo terzogenito una vita di successo in ruoli importanti ai vertici della società. Inizialmente sembra essere così, infatti Mike appare allo spettatore come un ragazzo modello, ottimo studente e decorato eroe di guerra che vuole tenersi alla larga dagli affari del padre. Le successive vicissitudini, però, lo porteranno a prendere una strada totalmente opposta a quella percorsa fino a quel momento. Prenderà molto a cuore l’attacco subito dal padre, sacrificando il proprio futuro per vendicarlo e fuggendo in Sicilia sotto la protezione di un vecchio amico di Don Vito, ovvero Don Tommasino. Michael trascorre alcuni anni in esilio ed al suo ritorno è un uomo diverso. In Sicilia, infatti, fa leva sul suo cognome per poter conoscere e poi sposare una ragazza, la quale perde la vita a causa di una bomba destinata a lui. Di conseguenza, tutti i progetti che aveva anche con la sua fidanzata Kay prima di partire si interrompono bruscamente. Al suo ritorno, nonostante riesca a convincere la ragazza a sposarlo per mettere su famiglia, Don Vito è costretto ad individuare in Mike il suo erede con ancora egli stesso in vita. Dopo la morte del padre, Michael si rivelerà un boss spietato, mostrando un carattere giusto ed allo stesso tempo determinato sia a migliorare gli affari e gli interessi della propria famiglia sia a vendicare e sistemare tutte le questioni in sospeso, vendicando anche il fratello Sonny facendo uccidere Carlo Rizzi. La figura di Michael Corleone nei due film seguenti, i quali rappresentano vicende inedite, è piuttosto controversa ma permette allo spettatore sia di affezionarsi sia di condannarlo. In particolar modo ne “Il padrino – Parte II”, Michael svolge una vita totalmente influenzata dai suoi affari. Imbastisce alleanze, ascolta vecchi amici, ma scampa ad un attentato e subisce un processo, per scampare dal quale è costretto a minacciare implicitamente il principale testimone in mano all’accusa, Frankie Pentangeli. Come al termine del primo film e del romanzo, Mike farà uccidere tutti i suoi avversari, ma ordinerà anche l’omicidio del fratello Fredo, colpevole di essersi schierato contro di lui. Questo sarà la causa principale per la comprensione del Michael Corleone che possiamo vedere nel terzo film della trilogia. Ci troviamo davanti un uomo anziano che non è più in possesso della freddezza e determinazione che aveva nel pieno della sua vita. Mike individua nel nipote illegittimo Vincent Mancini il proprio successore a capo della famiglia, nonostante ormai si dedichi solamente al compimento di affari legali e di buone azioni per la comunità, cercando di migliorare la nefasta fama dei Corleone.

La mafia sullo sfondo

“Un amico tradito non ha scelta: deve sparare.”

Max

L’universo de “Il padrino” mostra allo spettatore una classica famiglia mafiosa, mettendone in luce eccessi e debolezze anche umane. Nei decenni seguenti, però, viene abbandonato questo tipo d’idea della criminalità organizzata. Basti pensare a “C’era una volta in America” del 1984 di Sergio Leone, ambientato a New York tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del secolo scorso e ispirato dal romanzo “Mano armata” del 1952 scritto da Harry Grey. Nonostante l’evidente accezione criminale degli amici protagonisti, non siamo davanti a una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, ma solamente a una banda di mercenari di religione ebraica che vende le proprie prestazioni a chi offre la ricompensa migliore. Anche qui Robert De Niro, nei panni di Noodles, svolge un ruolo fondamentale. Dimostra un lato sensibile sin da ragazzo, ma negli anni a venire si riduce a essere un criminale come i suoi amici. Compie due stupri tra cui uno a Deborah, la donna che ha sempre amato che però ha preferito soddisfare le proprie ambizioni professionali ad una vita con lui. Attraverso numerosi flashback, la vita di Noodles giunge alla vecchiaia nella depressione e nella solitudine. Proprio da anziano scopre il tradimento del suo migliore amico Max (interpretato da James Woods), ma non trova il coraggio di ucciderlo come gli viene chiesto dallo stesso Max. Piuttosto lo perdona e lo compatisce, abbandonandolo al suo destino ed evitando di accontentarlo. Max si suicida poco dopo, lasciando a Noodles la sensazione di aver vissuto una vita vuota. In questo film è straordinario l’impatto emotivo scaturito dal legame tra Max e Noodles. Un’amicizia nata con un piccolo furto di un orologio da taschino ad un ubriaco, poi fortificata dal ricatto ad un poliziotto che li teneva sott’occhio. Un’amicizia che è sempre stata leale e sincera anche durante la detenzione di Noodles, finito in galera per aver ucciso in preda alla rabbia ed alla tristezza Bugsy, il boss del quartiere che aveva appena ucciso il piccolo Dominic. Max e Noodles sono i protagonisti della banda composta insieme a Cockeye e Patsy, con sede nel locale di un altro amico, Moe. Lo spettatore rimane a bocca aperta quando, ormai anziani, Max e Noodles si rincontrano, con il primo che confessa al vecchio amico tutti i torti commessi nei suoi confronti in un periodo di follia della propria vita. In questo film viene quindi fatta prevalere da Max l’ambizione sull’amicizia con Noodles, cosa invece opposta in quest’ultimo. Nonostante l’ambientazione centrale sia l’America degli anni Trenta in cui proliferava la mafia italoamericana, essa in quest’opera rappresenta solamente un parte marginale. Il boss Frankie Monaldi, interpretato da Joe Pesci, appare solamente nella scena in cui va al locale di “Fat” Moe con il suo scagnozzo Joe per proporre alla gang un lavoro. Anche in “Casinò” del 1995 di Martin Scorsese la mafia siciliana funge solamente da contorno alla storia principale che ha per protagonista nuovamente Robert De Niro, il quale interpreta nuovamente un ebreo, Sam “Asso” Rothstein. Egli si trova alle prese con la gestione delle attività legali ed illegali di un casinò di proprietà di una famiglia mafiosa italiana, i Santoro. Anche qui troviamo Joe Pesci nei panni di Nicky Santoro, un membro della cosca mafiosa e migliore amico di Sam. Si tratta comunque di un’apparente marginalità dell’intera famiglia nelle vicende, visto che l’esito finale sarà deciso proprio da quest’ultima. Pesci e De Niro si trovano a essere nuovamente amici per Scorsese anche nel recente “The Irishman” del 2019. Il primo è Russell Bufalino, un boss mafioso italiano, mentre il secondo è Frank Sheeran, un irlandese-americano diventato per caso sicario della mafia. Il film ha riscosso molto successo ed è stato ritenuto dai maggiori critici come uno dei migliori film usciti nel 2019. Come in “Casinò” anche qui la trama del film vede una famiglia mafiosa prendere uno straniero sotto la propria ala protettiva per lungo tempo, incaricandogli anche l’uccisione del presidente del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa (un grande Al Pacino). Le battute iniziali del film vedono un vecchio Sheeran in una casa di riposo raccontare allo spettatore la propria vita al servizio della mafia. Solamente nel finale, però, si comprende la solitudine in cui versa la sua vecchiaia, frutto di una vita trascorsa a compiere omicidi a pagamento, cosa che ne ha provocato anche il distacco dai figli.

Paul Cicero e Sonny: due boss a confronto

“Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster.”

Henry Hill

Proprio per via del forte legame d’amicizia che lega i protagonisti delle ultime pellicole trattate, viene spontaneo passare ad analizzare “Quei bravi ragazzi” del 1990, uno dei capolavori di Martin Scorsese. Anche questo film è tratto da un romanzo, in questo caso “Il delitto paga bene” del 1986 scritto da Nicholas Pileggi basandosi sulla vera storia del pentito Henry Hill, nel film interpretato da un Ray Liotta in grande spolvero. In un periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta ai primi Ottanta, assistiamo in ordine cronologico all’ascesa di Henry, ragazzo di padre irlandese e madre italiana, nelle grazie della famiglia Cicero sin dall’età di dodici anni. Il giovane cresce in un appartamento accanto al locale dei Cicero e lo inizia a frequentare proprio con il desiderio di diventare presto un gangster. Nelle battute iniziali, la voce narrante di Henry Hill adulto dice “vivevo come in un sogno” facendo riferimento al fatto che era ben voluto, rispettato e che fece presto carriera. Già da ragazzo fa la conoscenza di Tommy e Jimmy, rispettivamente interpretati da Joe Pesci e da Robert De Niro, questa volta nei panni di un’irlandese. A differenza del coetaneo Tommy, Henry ha una reputazione migliore grazie al suo carattere tranquillo e pacato, ma finisce presto in galera. Una volta fuori si fa strada con grandi meriti negli affari della famiglia, formando una bella squadra con i suoi due amici. Per Henry si rivela molto importante la figura della fidanzata prima e moglie poi Karen, l’unica persona veramente amata da Henry nonostante l’abbia tradita numerose volte. Dopo l’omicidio di Tommy per mano dei Cicero a causa del suo carattere impetuoso, Henry e Jimmy si iniziano a distaccare ed i problemi di droga del primo lo pongono all’attenzione dell’FBI. Per salvare lui e la propria famiglia, Henry testimonia contro Jimmy e Paul Cicero in tribunale, diventando un testimone sotto protezione per il resto della sua vita. Tra le produzioni più importanti della storia del cinema, ci troviamo davanti ad un ulteriore tipo di protagonisti. Henry, Tommy e Jimmy sono solamente dei soldati della famiglia Cicero, la quale è gestita dal freddo ed imponente Paul. La figura marginale di questo boss è quella che batte la strada per la migliore carriera di Henry Hill, il quale però decide di non seguirla, finendo presto per invischiarsi in un giro di spaccio di cocaina. Paulie, il quale era molto affezionato al giovane, si preoccupa di aiutarlo il più possibile fino a quando non si sente tradito e preso in giro. In questo film, la figura del boss è in ogni modo sempre presente nonostante non compaia spesso e possiamo individuare alcune similitudini con il Don Vito Corleone di Coppola. Infatti, Paul Cicero è molto umano, ma al tempo stesso freddo e spietato; al contrario del famoso padrino, però, non mostra le ricchezze che ha e conduce una vita tranquilla e serena nella normalità. Legato alla famiglia come Don Vito, si attiva in prima persona insieme a Jimmy per convincere Henry a tornare a vivere serenamente con la moglie, portandolo a limitare le inevitabili scappatelle con le sue amanti. Nonostante ciò, è il primo ad allontanare Henry nel momento in cui finisce negli affari con la cocaina. Anche questa è un’altra similitudine con Don Vito Corleone, il quale subì l’attentato su mandato di Sollozzo per essersi rifiutato di entrare negli affari della droga, cosa che a suo dire gli avrebbe fatto perdere le importanti amicizie con politici e forze dell’ordine. De Niro, qui in un ruolo secondario ma comunque importante, si rivela fondamentale per la formazione del giovane Henry Hill, amicizia quasi paragonabile a quella vista in “C’era una volta in America” tra Noodles e Max. I due hanno un rapporto molto più stretto rispetto a quello con Tommy, il quale si rovinerà con le proprie mani a causa di comportamenti molto poco ortodossi. Meno celebre di “Quei bravi ragazzi” ma comunque molto importante e con un protagonista simile ad Henry Hill è “Bronx” del 1993. Esordio da regista di Robert De Niro e trasposizione cinematografica di una commedia di Chazz Palminteri, sviluppa un importante attenzione al rapporto padre e figlio, cosa non presente nella conflittualità in “Quei bravi ragazzi” tra Henry Hill Junior e Senior. Ambientato totalmente nel Bronx degli anni Sessanta, racconta l’infanzia e l’adolescenza di Calogero Aniello, il quale abita in un appartamento di un palazzo posto due porte prima del bar all’angolo della strada dove si svolge l’attività criminale di Sonny e la sua banda. Dopo aver assistito ad un omicidio sotto casa, il piccolo Calogero non rivela alla polizia che sia stato Sonny a premere il grilletto. Dopo che il padre Lorenzo, interpretato proprio da De Niro, ha rifiutato un lavoro offertogli da uno scagnozzo di Sonny come premio, il boss cerca di farsi amico il bambino facendogli guadagnare qualcosa con dei piccoli lavoretti e trattandolo come un figlio. Lorenzo, scoperto il fatto, restituisce i soldi al boss, ci litiga ed ordina al figlio di stare lontano da Sonny e dal bar. Crescendo, Calogero continua a frequentare Sonny diventandone molto amico. Egli lo segue, lo ascolta e gli salva anche la vita facendolo scendere dall’auto dove moriranno i delinquenti amici di Calogero durante un attacco ad un negozio in una zona abitata da persone di colore. Il ragazzo, con l’intento di ringraziarlo e dirgli dell’esito positivo dell’incontro con la ragazza di colore di cui si era invaghito, corre verso il bar dove, durante una festa, Sonny viene ucciso alle spalle dal ragazzo figlio dell’uomo che Calogero vide morire per mano di Sonny otto anni prima. Il film si sviluppa intorno al rapporto padre e figlio, ma con il dualismo tra Lorenzo e Sonny nel ruolo della giusta figura paterna da seguire. Il primo, il vero padre del ragazzo, è una persona molto onesta e corretta con uno stile di vita sano e legale, cosa che cerca di trasmettere al figlio per tutta la vita. Il secondo è un criminale sin da giovane ed attira Calogero grazie al mondo in cui vive, immerso in denaro e macchine di lusso. Si rivela molto importante la scena del primo litigio tra Sonny e Lorenzo dove quest’ultimo, uscendo dal locale, sgrida il figlio dicendogli che il vero uomo è quello che si alza al mattino e porta i soldi a casa lavorando onestamente, esattamente il contrario di quello che vede fare da Sonny. Anche durante l’adolescenza, Calogero avrà uno scontro simile con il padre, il quale poi alla fine perdonerà e ringrazierà Sonny per aver cresciuto e trattato sempre il figlio con intenti positivi, insegnandogli l’importanza dello studio, del lavoro e dell’amicizia. Il boss del film di De Niro è una figura di comando ben diversa da quella del Paul Cicero di Scorsese. Entrambi amano essere sempre presenti sul territorio di propria competenza, ma influiscono diversamente sul proprio giro di affari. Sonny è molto astuto, ma al tempo stesso non può fidarsi ciecamente di nessuna delle persone di cui si circonda. Appare sempre irascibile agli occhi di chi deve eseguire gli ordini, incutendo un costante timore. Dimostrerà anche di non fidarsi nemmeno di Calogero, quando sospetterà di lui riguardo ad una bomba inesplosa nella sua auto.

La televisione sbanca con “I Soprano”

“Tutto richiede rispetto. Non hai la minima fottuta idea che cosa significa essere il Numero Uno. Ogni decisione che prendi riguarda ogni aspetto di ogni fottuta cosa. È un sacco di roba con cui avere a che fare. È troppo per chiunque. E sei solo di fronte a tutto questo.”

Tony Soprano

Tornando a “Quei bravi ragazzi”, invece, bisogna dire è stato fonte d’ispirazione per David Chase, l’autore di una delle serie televisive più importanti di tutti i tempi: “I Soprano”. Dal capolavoro di Scorsese sono stati presi cinque attori per alcuni dei ruoli principali della serie: Lorraine Bracco nei panni della psicologa Jennifer Melfi, Frank Vincent per il ruolo del boss di New York Phil Leotardo, Michael Imperioli nella parte di Christopher Moltisanti e Tony Sirico e Vincent Pastore, i quali hanno fatto da comparse nel capolavoro di Scorsese, ma svolgono due ruoli molto importanti nella serie, ovvero rispettivamente Paulie Gualtieri e Sal Bonpensiero. Questi e altri interpreti, come Edie Falco come Carmela De Angelis/Soprano (chiamata Carmela da Chase in onore della moglie di Don Vito Corleone), Steven Van Zandt come Silvio Dante, Vincent Curatola come John Sacrimoni, Dominic Chianese come Corrado Soprano Junior, Nancy Marchand come Livia Soprano e tutti gli altri, hanno contribuito ad ottenere un grandissimo prodotto per la televisione di livello elevatissimo. Dulcis in fundo, the last but not the least, è il protagonista della serie, l’unico a comparire in ogni episodio, ad affascinare e far innamorare lo spettatore: James Gandolfini nel ruolo di Tony Soprano, il boss. L’imponente fisico dell’attore ebbe la meglio per ottenere il ruolo ai danni di Ray Liotta, al quale Chase aveva pensato per dare un’importante continuità visiva con “Quei bravi ragazzi”. Tony Soprano è un personaggio protagonista studiato sotto ogni punto di vista. L’innovazione la cogliamo subito nella prima scena dell’episodio pilota, quando vediamo Tony andare a fare la sua prima seduta dalla dottoressa Melfi. Si nota subito quanto sia insolita quest’immagine, un uomo di tale caratura e potere nel proprio ambiente che comincia ad avere attacchi di panico. Risulta ancor più bizzarro come il primo di essi sia avvenuto, ovvero a causa di una famiglia di anatre che, dopo aver frequentato la piscina di casa di Tony, all’improvviso volano via appena gli anatroccoli hanno imparato a volare. Da qui parte la psicoanalisi del protagonista attraverso le difficoltà ed i traumi subiti durante la crescita, ottimamente realizzati con numerosi flashback inseriti durante le sedute con la voce narrante di Tony. Questo forte legame con la famigliola di anatre ha inconsciamente riportato alla mente di Tony che lui non ha mai avuto una famiglia normale ed unita. La madre Livia spesso lo rimproverava, mentre favoriva le sue sorelle, facendo nascere in Tony un eterno bisogno di andare alla ricerca della sua approvazione. Inoltre, la dottoressa gli rivelerà anche che il comportamento egoistico e poco affettuoso della madre potrebbe aver avuto origine da una mancanza di istinto materno. Anche la conflittualità con lo zio Junior e la mancanza del padre pesano molto sull’umore di Tony, il quale cerca nel nipote acquisito Christopher l’erede adatto per prendere il suo posto. Il rapporto con questo ragazzo è fatto da pochi alti e numerosi bassi, ma Tony riesce sempre a dimostrargli tutto il bene che gli vuole. Mette la faccia anche lui in prima persona per tentare di convincerlo ad andare a disintossicarsi da alcol e droga in un centro di recupero. Anche in casa propria, però, Tony deve affrontare numerose difficoltà, come i problemi adolescenziali dei figli Meadow ed Anthony Junior, ma anche l’amore-odio con la moglie Carmela. Lo spettatore assiste ad un tradimento da parte di Tony già nel primo episodio e non sarà un evento occasionale, infatti egli intratterrà numerose relazioni più o meno lunghe con amanti oltre ad avventure con spogliarelliste del suo locale, il Bada Bing, ma alla fine sarà sempre l’amore tra lui e Carmela a prevalere. “Carmela, non sei solo nella mia vita: tu sei la mia vita stessa” è la frase che dice in un episodio della prima stagione Tony alla moglie in un momento di debolezza di entrambi; essa racchiude il senso della loro storia per tutte e sei le stagioni. Anche lei, però, ha dimostrato sempre eterno amore al marito, nonostante abbia avuto alcune tentazioni e cedimenti. Tony diventa l’effettivo boss della famiglia quasi subito dopo la morte di Jackie Aprile Senior, nonostante abbia spinto in prima persona per la nomina dello zio per ben figurare ai suoi occhi. La sua scaltrezza lo porta a gestire con i suoi amici e soci Paulie, Silvio e Sal l’intera illegalità del New Jersey. Da qui si può partire trattando le tre figure ricorrenti di Tony Soprano: il boss, l’uomo ed il padre. Il Tony boss è una figura molto determinata, temuta e rispettata da tutti; è anche irascibile e litigioso con chiunque gli capiti a tiro e dica una parola fuori posto. Ambizioso e sempre alla ricerca di qualche pollo da spennare, si appropria anche del negozio del padre di un amico del figlio e non riesce a salvare da un incendio il ristorante del suo migliore amico Artie Bucco, tenendo il segreto con sé ma proponendosi di aiutarlo. Il Tony boss non è paragonabile a Don Vito Corleone, sono separati da troppi decenni, decenni in cui il mondo è cambiato e la gestione di una famiglia mafiosa con esso. Tony Soprano non è nemmeno schivo come Paulie Cicero, ma forse è presente come Sonny di “Bronx”. Infatti, Tony è sempre presente sul posto, che sia da Satriale o al Bada Bing, lui cerca di partecipare in prima persona alla risoluzione delle beghe principali. Un po’ come quando Sonny ed i suoi scagnozzi hanno picchiato e caccaito dal proprio bar la banda dei motociclisti. Comunque, dal rapporto con Artie si capisce chi è il Tony uomo, una persona buona e generosa con chiunque dei suoi cari abbia bisogno. Anche quando Artie viene truffato da un venditore francese dopo aver utilizzato i soldi di un prestito di Tony, egli lo tratta un po’ a male parole, ma poi capisce la vera difficoltà dell’amico e continua ad aiutarlo. Il Tony padre prova un amore infinito per i propri figli, nonostante litighi spesso sia con la grande che con il piccolo. Li vizia, li mantiene nel lusso, ma cerca sempre di insegnargli i veri valori della vita e l’importanza del denaro. Gli avvenimenti che vediamo nella serie sono frutto di un lavoro certosino dell’autore poiché non ci sono solamente riferimenti continui ad altri fatti accaduti durante lo svolgimento della serie, ma anche a personaggi od eventi del passato solamente citati. Il tutto si intreccia perfettamente in una macchina perfetta, alternandosi con fatti e problematiche della vita quotidiana di una famiglia normale. Anche i personaggi non sono messi a caso, ma hanno chiara origine dal mondo reale. Ad esempio, la famiglia Lupertazzi di New York viene indicata come la più potente delle cinque famiglie della Grande mela, suddivisione che avviene nella metropoli sin dagli anni Trenta del secolo scorso.

Abbiamo affrontato tante opere americane con protagonisti mafiosi e criminali spesso italoamericani, ma nonostante le numerose similitudini, sono altrettante le differenze di gestione della vita e delle attività illegali. L’unico rammarico è che, dopo la prematura perdita di James Gandolfini, ci stiamo iniziando a rendere conto che tutti i grandi interpreti di questi film stanno invecchiando. Chissà se rinascerà mai un Robert De Niro, un Al Pacino, un Joe Pesci. Possiamo solamente sperare di rivedere opere di livello simile che con la loro unicità caratterizzano il cinema del futuro.

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