Close -Up scena del film

Close-Up – Primo piano (A. Kiarostami, 1990) Iran: un altro cinéma-vérité

Close up locandina film

Close-Up – Primo piano

Titolo originale: NEMA-YE NAZDIK

Anno: 1990

Paese: Iran

Genere: drammatico

Distribuzione: Cadmo Film 1994, Cecchi Gori Home Video

Durata: 98 min

Regia: Abbas Kiarostami

Sceneggiatura: Abbas Kiarostami

Fotografia: Ali Reza Zarrindast

Montaggio: Abbas Kiarostami

Attori: Hushang Shahai, Abolfazl Ahnkhah, Hassan Farazmand, Hossein (Ali) Sabzian

Trama di Close-Up – Primo Piano

Teheran, 1990: un uomo dalla condizione socioeconomica indigente incontra casualmente una donna borghese sull’autobus, che lo scambia per il celebre regista Makhmalbaf. Il povero e ritroso Sabzian sfrutta allora questa occasione per soddisfare tanto la propria passione per l’arte filmica quanto il proprio bisogno di rispetto e realizzazione sociale, e accetta di visitare e restare ospite della benestante famiglia nei panni dell’artista improvvisando una parte sempre più difficile da mantenere. Quando la famiglia scopre la sua “truffa”, lui si arrende immediatamente ai poliziotti e viene sottoposto a processo. È colpo di fulmine fra il regista e questo fatto di cronaca che lo spinge a posticipare l’imminente produzione di Pocket Money per realizzare, prima, questo progetto semi-documentario: infatti Close-Up raccoglie in sé i veri personaggi e i veri luoghi del fatto, e lo ricrea alternandoli alle riprese documentarie delle autorizzazioni di registrazione e del processo.

Recensione di Close-Up – Primo Piano

Il migliore effetto possibile di un film sulla gente è far realizzare loro la realtà

A.Kiarostami

Secondo Godard, “il Cinema inizia con Griffith e finisce con Abbas Kiarostami“. A lui il nostro Nanni Moretti dedica un corto, “Il Giorno della Prima di Close-Up“, sulle difficoltà del cinema d’autore in botteghino. In quel caso, il suo: Close-Up fu infatti realmente proiettato presso il Sacher. In occasione della scomparsa del regista, al Tributo del 15 Luglio 2016 a New York, si presentò Martin Scorsese e paragonò in “purezza e verità” il suo Close-Up al Neorealismo italiano di Paisà e Sciuscià. Di Abbas Kiarostami si parla anche nelle università di cinema e lo si inscrive all’interno, o meglio sul finire, dell’ondata di decolonizzazione culturale che tutti i paesi non eurocentrici svilupparono, a partire dagli anni 50, per maturare e proporre al mondo un proprio linguaggio artistico e audiovisivo. Il suo fu particolarmente apprezzato dalla critica d’élite di Cannes, dove fu anche giurato, ma cosa ci dice con il suo film di svolta, Close-Up?

“Not about money: to exist and to matter” – “Non si tratta di soldi: si tratta di esistere e di contare qualcosa”: con queste parole Martin Scorsese sintetizzava il messaggio di Sabzian, un personaggio che incarna non solo l’identità collettiva di una società iraniana depressa e impoverita, ma un’individualità che cerca faticosamente di affermare la propria esistenza e i propri “bisogni di fantasia”, per riprendere Marx; un anti-eroe che non ha nulla di ammirabile né di “carino”, come i bambini che spesso popolano le storie di Kiarostami (parole del regista stesso), ma piuttosto il vettore di una terapia di cui parleremo più avanti, per entrare nelle dinamiche interiori di un emarginato e realizzare quanto si ha in comune con lui, tanto nei pregi quanto nei difetti. Quella famiglia, credendolo Makhmalbaf, gli dava tutto ciò che nella sua reale identità non avrebbe mai potuto avere: lo supportava e lo rispettava moralmente.

Dobbiamo partire dal presupposto che Kiarostami incarna la tipica figura dell’autore cinematografico, occupandosi in prima persona di regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio. Con una predilezione per le inquadrature di durata, il regista ci lascia esplorare i dettagli dell’ecosistema urbano di una Teheran marrone e disincantata, lasciando trionfare il montaggio solo laddove combina e alterna con maestria momenti di ricostruzione e spezzoni “live” documentari. Sotto questo aspetto troviamo un vero e proprio intreccio fra Reale e Reale Ricostruito e, usando le categorie della Cinematografia Documentaria, si instaura una dialettica fra il livello “Istantanea”, il più diretto e meno manipolabile della registrazione audiovisiva, con quello appunto di “Ricostruzione” in cui preesistono un accordo fra autore e soggetti reali e uno sceneggiato che ricalchi l’accaduto, come faceva ad esempio il neorealista Zavattini. Qua e là troviamo qualche esempio di “Interferenza” col quale, attraverso brevi momenti di scambio coi soggetti, al regista è piaciuto inserire saltuariamente la propria presenza e il proprio ruolo nella vicenda. Usando le modalità documentarie di Bill Nichols, domina quella Osservativa messa in atto dal Cinema-Vérité anni 70, in cui l’autore svolge un’esposizione mimetica del mondo: la macchina da presa esplora gli spazi in quanto sé stessa, indipendente da soggettività narrative. Di fatto non si può dire che Kiarostami sia un regista che plasma la realtà rappresentata offrendo visioni del proprio punto di vista: lui propugna una “Estetica del Reale”, un concetto di “fatto” spogliato di ogni contingenza culturale o ideologica e riportato come “filtrato” da una certa oggettività la cui unica pretesa è di essere umana nel sentire.

Lui stesso raccontò in una serie d’interviste, le reazioni che in tutto il mondo Close-Up suscitò: reazioni di affezione, attaccamento empatico alla figura di Sabzian, o meglio, alla sua persona realmente esistente. Così disse di essersi reso conto solo a posteriori di come tutti i personaggi che rappresenta, abbiano in comune l’essere “speciali”, loro in prima persona oppure le circostanze che attraversano, e il fatto che nonostante questo le persone rivedano in essi parti di sé è il grande tesoro che il cinema come mezzo di comunicazione nasconde, cioè la capacità di fungere da terapia emotiva, di ricordare alle masse quanto tutti siamo diversi e al contempo così simili nei sentimenti che proviamo ed è per questo, sottolinea Kiarostami, che il cinema è un campanello che serve a ricordarci di rompere i nostri schemi ed evitare i pregiudizi. Close-Up, nel fare questo, viene da lui battezzato come “film anti-cliché”.

Il cinema di Abbas è ciò che ci lega insieme e, per lui, una venerazione e un atto di fede.

Martin Scorsese

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