Che fare quando il mondo è in fiamme? – La vita degli emarginati

che fare quando il mondo è in fiamme? Locandina

Che fare quando il mondo è in fiamme?

Titolo originale: What You Gonna Do When the World’s on Fire?

Anno: 2018

Paese: Italia, Stati Uniti d’America, Francia

Genere: documentario

Produzione Cineteca di Bologna

Distribuzione: Okta Film, Pulp Entertainment, Shellac Films, Rai Cinema

Durata: 123 minuti

Regia: Roberto Minervini

Sceneggiatura: Roberto Minervini

Fotografia: Diego Romero

Montaggio: Marie-Hélène Dozo

Trailer Sub Ita di Che fare quando il mondo è in fiamme?

Recensione di Che fare quando il mondo è in fiamme?

What You Gonna Do When the World’s on Fire? ( Che fare quando il mondo è in fiamme?) presentato alla 75essima Mostra del cinema di Venezia, in cui ha ottenuto il Premio Vivere oltre a una menzione speciale per l’attrice Judy Hill, è il quinto lungometraggio di genere documentario realizzato dal cineasta italiano Roberto Minervini che, dopo aver diretto Louisiana (The Other Side) nel 2015, decide di portare sul grande schermo un’altra storia ambientata sempre nel medesimo stato federale degli Stati Uniti d’America, conducendo il pubblico all’interno di una comunità afroamericana del New Orleans mostrando tutto il marciume e tutte le disuguaglianze che, ancora nel 2017, avvolgono la cultura americana.

Nei miei film precedenti ho raccontato storie del Sud americano che si sono svolte in forme inaspettate sotto i miei occhi. Ho documentato aree dell’America di oggi dove i semi della rabbia reazionaria e anti-istituzionale (cui il paese deve la presidenza di Donald Trump) erano già stati piantati, anche se in pochi si erano presi la briga di accorgersene. Questa volta ho voluto scavare ancora più a fondo, alle radici della disuguaglianza sociale nell’America di oggi, concentrandomi sulla condizione degli afroamericani

cit. Roberto Minervini

Trama di Che fare quando il mondo è in fiamme?

La storia prende spunto da degli eventi del 2016 in cui una comunità di afroamericani a Baton Rouge è stata scossa da efferati e brutali omicidi, oltre ad attacchi vandalici di segno razzista, accaduti nell’estate del 2016. Il film si suddivide in quattro storie di vita che vengono narrate parallelamente durante l’arco filmico.

Seguiamo le vicende di Judy Hill, una donna di cinquant’anni, che vive nel quartiere nero di New Orleans, la culla del Jazz. La donna, nonostante le varie difficoltà personali, cerca in tutti i modi di non far chiudere lo storico bar “Ooh Poo Pah Doo” che aveva rilevato da poco e che divenne, in poco tempo, un importante punto di riferimento per l’intera comunità afroamericana, ma il luogo è minacciato dalla gentrificazione, che rischia di colpire anche la sua povera madre.

La seconda storia è quella di due fratellastri quasi inseparabili: Ronaldo e Titus che trascorrono le loro giornate girovagando tra binari ferroviari e fiumiciattoli del quartiere. I due giovani sono cresciuti dalla loro madre che cerca in tutti i modi di educarli nei miglior modo possibile facendogli comprendere l’importanza di studiare e di compiere azioni giuste e buone per evitare d’intraprendere brutte amicizie che li possano condurre in prigione.

La terza storia è quella di Chief Kevin, il leader della tribù indiana che riunisce i suoi seguaci attraverso ritmi di percussioni e canti popolari che inneggiano al loro diritto d’esistenza in quei posti che appartenevano di diritto di nascita a loro. La vicenda di Chief Kevin si unisce, di tanto in tanto, a quella dei due fratelli.

La quarta vede al centro il movimento di protesta Black Panther nato nel 1966 e che ha contribuito in maniera eccezionale ai miglioramenti dei diritti per i neri. Li troviamo nel 2016 ancora a combattere contro le ingiustizie da parte della polizia che non sembra indagare veramente sul linciaggio e la decapitazione di due giovani neri, morti per essere stati con due donne bianche oppure a lottare a Baton Rouge per protestare contro l’omicidio di Alton Sterling per mano delle forze dell’ordine.

Analisi di Che fare quando il mondo è in fiamme?

Che fare quando il mondo è in fiamme? è un lungometraggio sporco che mette direttamente le mani sulle ingiustizie e sul menefreghismo che l’America sta attuando contro i loro concittadini afroamericani e che allo stesso tempo cerca di mostrare la bellezza delle loro tradizioni popolari e di quel senso di fratellanza che li unisce in un forte atto di fede e di speranza. Il bianco e nero con cui il regista va a raccontare la storia risulta funzionale alla vicenda narrata che tratta prima di tutto di razzismo e della diversità culturale tra bianchi e neri in una chiave cruda e realistica come pochi film hanno il coraggio di realizzare. Attraverso i vari racconti di vite di non attori, che sembrano delle grandissime star cinematografiche con una forza espressiva incredibile nel volto e nel modo di pronunciare le battute, in primis Judy Hill che dona al film una grande potenza emotiva, conosciamo i pensieri interiori di quella comunità che, dopo anni e anni di generazione di schiavitù si sentono portatori di un DNA di afroamericani, di gente che si sente sottovalutata e unita dall’odio verso quei soprusi che hanno subito a discapito dei bianchi.

Le quattro storie mostrano varie sfaccettature di una vita di quartiere senza veli e senza quella rabbia, rancore, violenza e quel bonismo che potevano affondare completamente il lungometraggio. Il regista cerca di evitare di cadere nella classica struttura scenografica del cinema eliminando ogni musica o rumore estraneo agli eventi narrati, ma tutti i suoni sono realistici partendo dai siparietti di stampo Jazz e dei canti e danze popolari indiane. . Roberto Minervini mostra la sua grande capacità nel campo registico e della ripresa filmica utilizzando molto bene la macchina a mano, fondamentale per dare ritmo a una storia del genere,e le varie focali scelte, passando con dissivoltura e nei momenti più opportuni dai grandangoli, immettendo i personaggi all’interno di spazi vuoti distorcendole i le facce fino ai teleobiettivi che vanno a schiacciare i teleobiettivi.

Se l’intento tematico è molto valido e mostra varie sfaccettature della cultura afroamericana attraverso una scelta di persone reali con un’esistenza vissuta e con visi veramente cinematografici pieni di sfumature che trasmettono ottimamente il sapore di vite di lotta tra problemi di droga e di maltrattamenti oltre che di criminalità, il film cade nella struttura e nella sceneggiatura.

La struttura cinematografica è solitamente divisa in tre atti in cui assistiamo a delle azioni che conducono lo spettatore a una maggiore empatia e interesse nel seguire la storia, qui tutto ciò manca e la narrazione risulta essere piatta e sembra reggersi soprattutto sulle interpretazioni dei personaggi. Dal punto di vista di sceneggiatura si rendiamo conto, che seppur ben scritta, durante il film, a eccezione di alcuni eventi nel mondo di Judy Hill e in quello riguardante i Black Panther non accade nulla per i 123 minuti e, avendo un ritmo lento di montaggio, lo spettatore rischia di distaccarsi dalla storia nonostante le grandi sfumature tematiche mostrate

Note Positive

  • Scelta delle storie di cui parlare soprattutto per il volto delle persone che sembrano reali attori cinematografici
  • La regia
  • L’uso del bianco e nero

Note Negative

  • Il ritmo narrativo
  • La struttura: pur essendo in un documentario serviva un pizzico d’azione in più ma il tutto rimane troppo introspettivo.