C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman: la vita nel ghetto, nonostante il ghetto

C'era l'amore nel ghetto di Marek Edelman: la vita nel ghetto, nonostante il ghetto 1

C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman

Titolo originale: Marek Edelman …i Była Miłość W Getcie

Anno: 2019

Paese: Polonia, Germania

Genere: Documentario

Casa di produzione: Otter Films

Distribuzione: Against Gravity

Durata: 80 min.

Regia: Jolanta Dylewska, Andrzej Wajda

Sceneggiatura: Jolanta Dylewska, Agnieszka Holland

Montaggio: Izabela Pajak

Musiche: Raphael Roginski

Attori: Marek Kalita, Aleksandra Poplawska, Grzegorz Artman, Maria Maj, Avishay Hadari, Alina Swidowska, Krzysztof Franieczek

Recensione di C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman

“È facile odiare, invece l’amore richiede sforzi e dedizione.”

Marek Edelman

Ecco perché Marek Edelman, che nel 1942 a soli venti anni fu capo della rivolta nel ghetto ebraico di Varsavia, decide di scrivere di amore: perché troppo spesso se ne sottovaluta la potenza. Lo scrive nel suo romanzo autobiografico “C’era l’amore nel ghetto”, da cui poi la regista polacca Jolanta Dylewska decide di trarne un docu-film proiettato recentemente al Trieste Film Festival. Con un’intervista fatta allo stesso Marek Edelman poco prima della sua morte, nel 2009, la regista indaga su quali fossero le emozioni e le sensazioni che permeavano nel ghetto ebraico di Varsavia ai tempi dell’antisemitismo. Visibilmente seccato e a volte scocciato, Marek Edelman appare come un uomo rude e infastidito per la troppa curiosità della regista. Eppure è proprio quell’uomo dall’aspetto burbero che ribadisce l’importanza dell’amore sottolineando come i momenti meglio impressi nella sua memoria siano stati segnati proprio dal sentimento più forte al mondo.

Trama di C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman

2009, la regista Jolanta Dylewska intervista Marek Edelman, ormai novantenne. La cineasta si aspetta di sentire storie di guerra, di razzismo e di odio, tuttavia le storie raccontate da Marek affrontano un altro aspetto della vita nel ghetto: i racconti dell’uomo non narrano vicende di guerra, narrano storie d’amore. Storie d’amore che vedono protagoniste donne ebree conosciute da Marek nel corso della sua vita nel ghetto di Varsavia. Amanti, madri e figlie coraggiose, le donne ricordate da Marek sono tutte legate da uno stesso e amaro destino: quello che le porta a Umschlagplatz (la piazza usata come punto di partenza per gli ebrei destinati ai campi di sterminio) in attesa della deportazione. Ma se a Treblinka poche erano le possibilità di salvarsi, nel ghetto c’era qualcosa che permetteva di sopravvivere: l’amore. Marek Edelman decide di raccontare i gesti d’amore compiuti da queste donne affinché questi non vadano dimenticati, affinché non si parli del ghetto di Varsavia solo in relazione a dolore e morte. Nonostante lo strazio e la tragedia dell’Olocausto l’amore nel ghetto c’era, eccome se c’era: era proprio l’amore che ti permetteva di restare vivo.

Analisi di C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman

Jolanta Dylewska alterna sequenze di fiction a filmati d’archivio così da rafforzare il legame che si crea tra storia e pubblico. La regista include anche dei primi piani dei volti delle donne in modo che queste non rimangano solo un nome e lo spettatore possa immedesimarsi più facilmente nei loro panni, i cui destini erano già segnati da quella stella a 6 punte che dovevano apporre sul braccio. Un’altra scelta a effetto compiuta dalla regista è quella di inserire all’interno del racconto una colonna sonora dalle melodie allegre, che spezza la tristezza e la malinconia della testimonianza. La prima canzone “Zapomnisz o Mnie” che significa “Ti scorderai di me” accompagna una sequenza di volti femminili (le donne di Marek) e le parole d’amore eseguite da Tadeusz Faliszewski, cantante e attore polacco vissuto nella prima metà del Novecento, invitano gli innamorati a viversi il momento e cantano di felicità e di passione: due concetti che permettevano agli abitanti del ghetto di sperare e di credere in un futuro nonostante la consapevolezza della morte.

A parte quelle del narratore Marek, all’interno del documentario le parole scarseggiano. Gli attori non parlano e molte delle scene più memorabili avvengono in silenzio: a un certo punto Edelman racconta infatti di come gli ebrei avessero camminato tutti assieme ammassati e silenziosi verso i treni che li avrebbero portati ai campi di sterminio. Nonostante l’inquietudine del momento nessuno urlava o si agitava e la calma di quel momento era quasi soprannaturale.

Marek Edelman scampò all’Olocausto perché lavorando come inserviente all’ospedale era tra i pochi a poter uscire dal ghetto e tra i pochissimi prescelti a rimanere in vita. Ma il dolore vissuto direttamente e indirettamente non scalfisce la sua voglia di raccontare storie che non parlano di guerra. In questo breve ma intenso documentario Edelman ci mostra un ghetto diverso, inaspettato e quasi impossibile da credere: egli racconta come fosse la vita nel ghetto, nonostante il ghetto.

NOTE POSITIVE

  • Colonna sonora incisiva;
  • L’alternanza tra filmati d’archivio e scene di fiction.

NOTE NEGATIVE

  • Nessuna di rilevante.

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