Steve Carell e Timothée Chalamet in Beautiful Boy (2018)

Beautiful boy: Cronache di una dipendenza.

Recensione del lungometraggio Beautiful Boy, distribuito su Amazon Prime video con Steve Carell e Timothée Chalamet
Beautiful boy locandina

Beautiful boy

Anno: 2018

Paese di produzione: Stati Uniti
Genere: Drammatico, Biografico
Produzione: Plan B Entertainment
Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 2h
Regia: Felix Van Groeningen

Sceneggiatore: Luke Davies, Felix Van Groeningen

Montaggio: Nico Leunen

Dop: Ruben Impens

Attori: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney, Amy Ryan

Trailer subita di Beautiful Boy

Recensione di Beautiful Boy

Anticipato dalla critica USA, che conferisce al film gli allori accademici e lo trasforma in un inaspettato cult dei giorni nostri, nel gennaio 2018 esce in Italia Chiamami col tuo nome, l’opera di Luca Guadagnino, ambientata nella campagna cremasca dei primi anni ‘80, che racconta l’amore tra un adolescente acuto e introverso e uno studente americano ospite di famiglia. La scrittura finissima, le musiche, la regia delicata ma mai troppo indulgente colpiscono lo spettatore, dovendo però cedere il passo a un aspetto che emerge in modo preponderante: Timothée Chalamet, nel ruolo del protagonista, è la nuova promessa del cinema americano. Un paio di mesi dopo, a marzo inoltrato, vengono diffuse le prime foto di scena riguardanti la sua partecipazione a un progetto completamente diverso, la trasposizione dei libri di un padre e un figlio, riguardanti la dolorosa esperienza di tossicodipendenza del secondo. Beautiful Boy, il primo film interpretato da Chalamet dopo aver sfiorato l’Oscar, diventa il banco di prova su cui testare le capacità del delfino dell’American Star System. Presentato al Festival di Toronto nel settembre dello stesso anno, arriva nelle sale USA grazie ad Amazon Sudios, e nel nostro Paese con 01 Distribution.

Trama di Beautiful Boy

Beautiful Boy narra la storia di una dipendenza. David è un padre premuroso e comprensivo; Nic un bambino affettuoso e partecipe, con lo sguardo profondo e qualcosa che comincia presto a borbottargli dentro. Il rapporto tra i due, calibrato sulla necessità dell’amore che li lega, deve fronteggiare presto le prime difficoltà, quando Nic, spinto da una curiosità ossessiva, si avvicina al mondo delle droghe. Viste con la lucidità della sua indole analitica e problematica (è un ragazzo brillante, con l’aspirazione a divenire scrittore), le sostanze di cui comincia a fare uso diventano elementi di un percorso di scoperta autodistruttivo, un viaggio che non vuole razionalmente porsi confini. Così gli spinelli diventano prima metanfetamine, poi eroina, in attesa di qualcosa che possa innalzare ulteriormente l’asticella della sua sperimentazione.

David, al fianco del figlio insieme alla compagna e ai due bambini avuti da lei, supporta le sue cadute senza tirarsi mai indietro, sviluppando anzi la necessità di conoscere la problematica che si trova a fronteggiare in modo scientifico. Il risultato è un’altalena di recuperi e ricadute – visti intersecando vari piani temporali nella vita del ragazzo – in cui la natura profonda del rapporto tra i due protagonisti non viene (quasi) mai messa in dubbio.

Analisi di Beautiful Boy

In principio fu Elio. Sveglio, introspettivo, nell’arco di un’estate scoprì se stesso grazie alle attenzioni dell’amico d’oltreoceano. Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio: tanti un pezzetto di cuore lo hanno lasciato in quella villa nella campagna cremasca, davanti a un camino acceso; c’era una naturalezza nel suo personaggio che ci chiamava a essere noi stessi, apertamente e in modo incondizionato. Abbiamo amato a tal punto Elio che il Nic di Beautiful Boy ci chiede un atto di fede. Il romanzo di formazione del film di Guadagnino lascia il posto a un diario di distruzione nella trasposizione dei libri autobiografici di Nic e David Sheff. Ed è decisamente un cambio di registro. Padre e figlio viaggiano su binari paralleli, si amano profondamente eppure sono destinati a non incontrarsi. La dinamica che tante volte abbiamo visto nei racconti di dipendenza si abbandona qui a un sistema di coazione a ripetere che, sebbene testimoni la realtà dei fatti, elude la possibilità di dar ragione di sé in un modo graffiante, che lasci il segno e si imprima negli occhi dello spettatore.

Perché i film sulla tossicodipendenza sono spesso tanto crudi da risultare difficili ai più? Perché sanno che non possono cercare soluzioni o messaggi semplicistici, così si attribuiscono quantomeno l’obiettivo di documentare, che è esattamente tutto ciò che è in loro potere fare.

Beautiful Boy fatica a rendersi disturbante, al contrario si esce dal cinema quasi rassicurati sul fatto che gli eventi continueranno a susseguirsi con il medesimo schema. Steve Carell e Timothée Chalamet sono superbi, giocano di sottrazione e impregnano le parole di scrosci emotivi misurati; eppure si ha l’impressione che i loro personaggi si potessero nutrire con più voracità delle loro grandi abilità attoriali. I protagonisti combattono sì una guerra ma il bottino in gioco rimane confuso: c’è tanto, troppo silenzio, poche lacrime e un fil rouge a unire gli eventi che esiste talvolta soltanto d’ufficio. Il problema non è il registro secco, che tanto rincorriamo nel cinema contemporaneo, ma la mancanza di una struttura che tenti di legare i frammenti. Il rischio è che le pagine di questo giornale intimo rimangano fogli separati e il lavoro del rilegatore resti nelle mani di uno spettatore che non conosce in pieno il valore del proprio ruolo.

Note positive

  • Il rapporto padre-figlio viene presentato con un senso di necessità che lo rende profondamente vero e suscita empatia.
  • Gli attori modulano le loro abilità interpretative alla perfezione, giocando su sottrazione ed essenzialità.

Note negative

  • Il film non diviene mai davvero incisivo, non riesce ad essere graffiante, anche a causa di una certa asciuttezza nella costruzione dei personaggi.
  • Manca un legame di consequenzialità tra gli episodi della vita di Nic che vengono mostrati, così come scarseggia una chiave interpretativa che permetta di collegarli in un insieme organico e non solo di ripetizione.
  • Il regista affida allo spettatore un lavoro di lettura e interpretazione troppo grande, rinunciando così a lasciare un’impronta tangibile della propria visione.

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