Questa è la Valle dei Caduti! La conoscevi? Qui ci sono quindici grotte piene di cadaveri, uno di questi sarà mio padre! Fascisti, comunisti… Alla fine si sono ritrovati tutti qui… È questo il bello della morte: unisce tutti. (cit. Ballata dell’odio e dell’amore)

Ballata dell’odio e dell’amore (Balada triste de trompeta) (2010), scritto e diretto da Álex de la Iglesia.

Dopo un attentato a Madrid, ai danni dell’ammiraglio Carrero Blanco (avvenuto realmente il 20 dicembre 1973), la televisione di regime da la notizia e uno dei testimoni racconta: “Ho visto un furgoncino dei gelati guidato da un pagliaccio… o un prete”. Questa battuta è essenziale per capire la poetica di un autore troppo spesso criticato con superficialità da molta critica, probabilmente per il suo modo goliardico di affrontare tematiche anche importanti o sociali.

Stiamo parlando ovviamente di Álex de la Iglesia, un pazzo scoperto da un altro pazzo, ovvero Pedro Almodovar, che nel lontano 1993 gli diede fiducia producendo il suo primo film: Azione mutante (Acción mutante).

Ballata dell'odio e dell'amore, la recensione dell'occhio del cineasta

Fin dagli esordi, questo regista dimostrò l’invidiabile capacità di utilizzare il genere e mescolarlo sapientemente con la satira pungente, talvolta grossolana, talvolta sottilissima, ma sempre diretta e spregiudicata.

Ecco, in questo film la satira va a braccetto con il melodramma, ironico certo, ma che lentamente cresce fino a diventare straziante, esattamente come nella vecchia canzone interpretata da Miguel Rafael Martos Sánchez, in arte Raphael, Balada triste de trompeta (versione spagnola de La ballata della tromba del 1961 di Nini Rosso -esatto, è una canzone italiana-) e da cui il film prende il titolo originale.

ballata dell'odio e dell'amore: la recensione l'occhio del cineasta

Ballata dell’odio e dell’amore è dunque molto più serio del solito, questo perché affronta un argomento estremamente impegnativo: il franchismo.

Il film inizia nel 1937, quando le milizie repubblicane arruolano forzatamente i componenti di un circo, interrompendo così uno spettacolo. Tra questi c’è un pagliaccio “felice”, ovvero il padre di Javier, il nostro protagonista.

Senza neanche dargli il tempo di cambiarsi, lo portano sul campo di battaglia armandolo con un machete e intimandolo a far fuori quanti più fascisti possibile. L’immagine di un pagliaccio armato di machete che si fa strada colpendo a morte i soldati di Franco sembra mettere in chiaro la posizione del regista. Sembra infatti volerci dire: “la guerra civile è stata una buffonata ma, nel dubbio, io sto con i buffoni”.

Proprio come dice il pagliaccio Manuel nella scena precedente: “

“Te lo dico io cos’è uno scherzo. Questa guerra di merda è uno scherzo! E non fa ridere nessuno!”

Ballata dell'odio e dell'amore la recensione l'occhio del cineasta

Oppure nella scena successiva, quando due prigionieri stanno per essere fucilati: il primo grida “viva la repubblica” e il secondo “viva il circo”. Ironia nerissima.

Salto di due anni. Alla fine della guerra i prigionieri vengono messi a lavorare nel cantiere della chiesa di Valle de los Caìdos, monumento ai caduti voluto da Franco.

Il piccolo Javier, dopo aver appreso dal padre che non potrà diventare un pagliaccio “felice” per le cose orribili che ha vissuto fin da bambino, deciderà, su consiglio del genitore, di “beffare il destino” facendo un attentato dinamitardo proprio nel cantiere dove lavora il padre e provocandone accidentalmente la morte.

Prima la guerra civile gli ha portato via l’infanzia, poi l’inizio del regime lo ha privato dell’innocenza, trasformandolo in un assassino.

Il resto del film si svolge nel 1973, due anni prima della morte di Francisco Franco e, quindi, della caduta della dittatura. A quel tempo Alex de la Iglesia aveva solo otto anni e racconta così quel periodo:

“Ricordo quel tempo come un sogno, un incubo senza senso. Il declino del regime di Franco è come la preistoria della mia vita (…) ‘El Lute’, la morte di Carrero Blanco, i clown alla TV… tutti si confondono nella mia memoria”.

La confusione ideologica di quegli anni il regista decide di raccontarcela tramite un conflitto amoroso tra due pagliacci: Javier, cresciuto e diventato il pagliaccio “triste” come il padre gli aveva consigliato, è all’apparenza timido e riservato, ma si porta appresso un dolore profondo pronto ad esplodere; Sergio, il pagliaccio “felice”, è un violento ubriacone che, come lui stesso afferma, se non facesse questo lavoro probabilmente sarebbe un assassino.

I due si contendono la mano di Natalia, trapezista e compagna di Sergio, ma attirata dalla semplicità di Javier.

Ballata dell'odio e dell'amore la recensione dell'occhio del cineasta1

I contendenti rappresentano entrambe le facce della Spagna, una reazionaria e violenta come Sergio, che esercita il proprio potere all’interno del circo attraverso la prepotenza; l’altra ingenua e repressa come Javier, che per tutta la vita non ha fatto altro che subire, ma quando deciderà di ribellarsi alla propria condizione abbraccerà la sua parte più profonda e bestiale.

Quando si è costretti a ricorrere alla violenza, il risultato non può che essere devastante e per questo motivo la resa dei conti avverrà in cima alla grande croce fatta costruire anni prima da Franco. Un monumento ai caduti che ha dato il via ad uno dei periodi più bui per la Spagna e, proprio li, i due contendenti vedranno morire tutte le loro speranze.

“Abbiamo un passato terribilmente doloroso che condiziona il presente di noi tutti. Abbiamo sofferto il dolore, la tortura: cose che cambiano gli uomini e distruggono la vita del protagonista del film. In questo senso, Ballata dell’odio e dell’amore è un esorcismo rituale” ( cit. Álex de la Iglesia)

Lati positivi:

  • Il grottesco i sposa benissimo con la realtà storica, merito di un autore capace e con le idee ben chiare in testa;
  • Gli attori sono estremamente in parte.

Lati negativi:

  • La serietà dell’argomento soffoca un po’ l’estro del regista, che probabilmente non ha pieno controllo dell’aspetto melodrammatico. Insomma, il film è davvero intenso, ma da la sensazione che avrebbe potuto dare ancora di più.

 

 

Emanuele Marchetto