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American History X: La violenza come protesta pacifista.

locandina american history x 1998

American History X

Titolo originale: American History X

Anno: 1998

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Drammatico

Produzione: New Line Cinema, The Turman-Morrisey Company

Distribuzione: New Line Cinema

Durata: 119 minuti

Regia: Tony Kaye

Sceneggiatura: David McKenna

Fotografia: Tony Kaye

Montaggio: Jerry Greenberg, Alan Heim

Musiche: Anne Dudley

Attori: Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D’Angelo, Ethan Suplee, Avery Brooks.

Trailer di American History X

Trama di “American History X

Derek Vinyard (Edward Norton) è il maggiore di quattro fratelli (due maschi e due femmine), figli di un pompiere deceduto e della moglie. Da quando il padre è venuto a mancare, ucciso per mano di uno spacciatore afroamericano, egli si è avvicinato sempre di più al filone neonazista, entrando a far parte di una setta chiamata “Fratellanza Ariana”, sotto la guida di un tale Cameron Alexander (Stacy Keach).

Una notte, alcuni ragazzi di colore tentano di rubargli l’auto; lui ne uccide due, segnando così il suo destino. Il giovane viene quindi arrestato seduta stante e forzato a tre durissimi anni di carcere, nei quali sarà costretto mettere in discussione la sua identità.

Durante questo periodo di tempo il fratello minore, Danny (Edward Furlong), entra anch’esso a far parte della congregazione, pensando così di rendere fiero il fratello, ma quando quest’ultimo rientra a casa, non si mostra soddisfatto di come si sono evoluti gli eventi. Da quel momento in poi emergerà gradualmente tutto ciò che il giovane ha dovuto subire dietro le sbarre e come è riuscito a liberarsi dagli schemi di pensiero che lo tenevano imprigionato in una visione di odio verso il mondo.

Recensione di “American History X” (con spoiler)

Il film si divide in due parti: una in bianco e nero, dove viene raccontato il passato della famiglia e l’altra a colori, per quanto riguarda le scene ambientate nel presente. Questa divisione ci permette di orientarci meglio nella narrazione che si serve di numerosi flashback.

La pellicola, per quanto scorrevole, si sofferma eccessivamente sulla parte introduttiva per poi concludere tutto molto sbrigativamente nel finale: questo errore è dovuto a problemi tra il regista e Norton in fase di montaggio ed è il motivo per cui Kaye stesso ad oggi ripudia il film. Tuttavia, sebbene la conclusione potesse essere ampliata, il ritmo narrativo in generale combacia bene con la storia, che viene sconvolta totalmente una volta arrivati all’ultimo plot-twist.

Dal punto di vista tecnico, ci sono alcune particolarità degne di nota: oltre alla fotografia ricercata menzionata sopra, ci sono diverse inquadrature interessanti. Il montaggio prometteva bene, ma si è bruciato per l’appunto nell’ultimo quarto d’ora. La regia è ottima, ma ciò che spicca maggiormente è la performance attoriale di Edward Norton, il quale inizialmente, per motivi personali, non voleva nemmeno prendere parte al film, ma che in ultima istanza accettò, regalando così al pubblico un lavoro memorabile. L’attore inscena un protagonista intenso ed estremamente credibile: Derek incarna infatti la rabbia di molti giovani americani di quell’epoca (e anche d’oggi).

Interessante anche la ricca simbologia utilizzata nel corso della vicenda: la doccia che fa Derek una volta uscito dal carcere indica purificazione. Il fumo che Danny soffia in faccia al suo futuro aguzzino è un modo allegorico per cancellarlo. Il mare calmo nelle scene iniziale e finale rappresenta la pace ritrovata al di là del rancore e della frustrazione.

Il messaggio di “American History X

“Beh, la mia conclusione è che l’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati.”

-Danny, American History X

Ad una visione disattenta, potrebbe sembrare che il finale suggerisca che il razzismo nella società americana non sia poi tanto ingiustificato. In realtà, basta poco per capire che la vicenda cela un forte messaggio contro l’odio, indipendentemente dallo schieramento da cui viene propagato. Vi è anche una velata denuncia alla detenzione legale delle armi negli Stati Uniti e al senso di insicurezza che si respira nelle cittadine dove la segregazione è ancora preponderante (la trama infatti è ispirata a due storie vere: da un lato l’infanzia turbolenta dello sceneggiatore, dall’altro la vita dell’ex skinhead Frank Meeink).

In breve, il protagonista nel corso della sua vita comprende che per quanto i pregiudizi possano essere fondati, non vanno combattuti con la forza bruta, bensì con il perdono. Eppure, quando finalmente acquisisce questa consapevolezza, le cose non si concludono per il meglio. Quindi Derek tornerà ad essere uno skinhead, ora che tutti i suoi tentativi di redenzione si sono rivelati vani? Probabilmente no, perché ha compreso che Danny è scomparso a causa dello stesso odio che ha segnato la loro famiglia in passato; la morte del fratello è in parte anche una sua responsabilità.

NOTE POSITIVE:

  • La regia
  • La fotografia
  • Il bellissimo messaggio
  • La performance di Norton
  • La simbologia utilizzata
  • La sceneggiatura in generale

NOTE NEGATIVE:

  • Il finale risulta sbrigativo

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